Alessandro Bonzi blog - Internet e motori di ricerca

Mainly Internet business, but also life mysteries and videogames

Di tutto e di piu’ sul web e su di me, ma niente di specifico.

da Leopard a MacOs Mountain Lion; che Safari ragazzi…!

MacOs Leopard è stato, secondo me, uno dei migliori aggiornamenti, se non IL migliore Mac OS mai installato sui miei Mac.

La spinning Wheel di Excel ci perseguita!

 

Non solo le performance erano strabilianti, ma l’intero Core del sistema era stato riscritto per sfruttare finalmente a pieno i 64 bit delle macchine fino ad ogni processo possibile. Ad esempio, se volevate stampare in PDF da Safari (e non fate quella faccia pensando a Safari!), il Print to PDF integrato di Apple (non serve quel dinosauro sempre-più-inutile-Adobe per fortuna), il processo che Safari lanciava per la Stampa e quello successivo per il Rendering del documento da HTML a PDF erano tutti regolarmente a 64 bit.

 

MACOS LION, LA CADUTA — Poi è arrivato Lion. Un Leone è “meglio” di un Leopardo: il Leone è il Re della foresta. Ma qualcosa non ha funzionato. Intanto Lion esce dopo gli anni peggiori di Jobs, il progetto è tutto in mano al nuovo direttore dei sistemi Operativi che è sicuramente distratto da iOs, il sistema dell’iPhone. Quest’ultimo sta dando così tanti numeri (positivi) per Apple, che dedicarsi a iOS è un attimino più importante di MacOS, soprattutto perchè Android arriva per la sua prima volta a una versione decente (la 4.0).

Pertanto arriva Lion, sostituisce Leopard e la prima cosa che fa è stabilire che il sistema di esecuzione dei processi non è più fatto “ognuno per sè”, ma “tutto dipende dal lui”. Pertanto Safari perde il suo motore di rendering per le pagine Web che Lion rende esterno ed eseguibile da qualunque parte lo si voglia chiamare. In questo modo se avete un’altra applicazione che vuole gestire un documento Web, questa può farlo con la stessa completezza di Safari (sia Apple Mail, iWorks o anche Excel, Autocad, un gioco, iTunes, etc); geniale, ma se usate al 99% la sola applicazione Safari, in Leopard i processi di rendering erano tutti suoi, ora invece sono condivisi e in attesa che anche qualcun altro li voglia usare, diminuendone la potenza nominale a disposizione.

Fin qui tutto già collaudato: è come in iOs. Ma il Sistema Operativo, che ora gestisce il processo, può anche bloccarlo con “urgenza” se necessario (es. c’è poca Ram, l’hard disk è molto impegnato altrove, etc). Prima Safari si arrangiava da solo, ora Safari non fa altro che delegare e sperare che i processi esterni siano sempre veloci. Ma non è così. Quando si vuole stampare documenti Web in PDF, Safari chiede al processo di Rendering la pagina Web; poi chiede al processo PDF la trasformazione da Web a PDF; prima tutti e due i processi erano in Safari, con LION non più.

In questo modo le operazioni di stampa e Rendering RIPETUTE rispondevano dal 20% al 50% più lentamente di Leopard. Più il Mac era vecchio e peggio pesava la concorrenza dei processi.

 

MACOS LION E IL “WHITE PAGE BUG” DI SAFARI — Nel giro di pochissimo tempo, la produttività del mio Mac con LION era diventata la metà dei tempi di Leopard. Safari spesso “attendeva” per lunghi attimi che i processi si liberassero dallo “swap” dell’hard disk gestito del Sistema Operativo. Se iOs è abbastanza protetto e generalmente l’utente fa una cosa alla volta in un iPad o iPhone, MacOS non è altrettano “mono processo” e quando il processo esterno di Rendering crashava per qualche motivo, TUTTE le pagine che usavo in Safari tornavano come se fossero state appena aperte (chiamato da Apple come il “blank page” bug), e sottolineo TUTTE, non solo quella che aveva causato il crash (alla faccia dei processi separati!). Ma ancora più subdolo era che le pagine in cui era stata effettuata una login tramite sessioni AJAX, ad esempio Facebook, esse rimanevano collegate all’utente, ma la pagina Web mostrava la pagina nuova di login!

Ad un certo punto della sua vita, il mio Safari poteva aprire 2 nuove finestre, una andava su Facebook e una su Google Plus, loggava su entrambe, e quando Google Plus faceva partire il processo (esterno) di rendering per Flash, questo, impegnando per qualche secondo l’hard disk, mi permetteva di farlo crashare (semplicemente chiudendo la finestra!), e Safari, crashando, generava un LOGOUT non solo da Google Plus (causa del crash per colpa di Flash), ma anche da Facebook (pagina diversa e regolarmente connessa), senza che nessuno avesse cliccato “esci da facebook” o “esci da gplus”. Infatti le sessioni di Facebook non erano realmente chiuse e chiunque avesse fatto “Refresh” di nuovo  avrebbe trovato il mio Profilo aperto e non la login!

Con LION ci sono state parecchie update di Safari, ma nessuna ha migliorato questo problema, anche quando Apple pubblicamente fece una update dedicata. Ovviamente era solo “diminuito” il bug, ma era semplice riprodurle e lasciare pagine loggate apparentemente sloggate con la tecnica di flash.

In un cyber cafè, faccio loggare un utente su Facebook, crasho il sistema con un Applescript e Flash e se tu utente te ne vai scocciato, vado lì, reloado Safari e sono sul tuo Profilo di Facebook.

 

I CLOUD, U CLOUD WE ALL CLAIM FOR A BETTER MACOS — Ma i problemi non erano solo di Safari. L’introduzione di iCloud in LION è stata praticamente impercettibile lato utente, mastodontica lato performance; per portare il cancello di iCloud, LION è diventato un insieme di processi e controlli di rete. Per muovere una connessione, non aspettava i tempi morti, ma al boot tutto e tutti dovevano collegarsi al mondo il prima possibile.

La conclusione? LION è stato un MacOS che ha disimparato a fare il lavoro “vero” per iniziare a fare mille cose di iOs, inutili. Se la rotella di attesa di Excel era diventata meno frequente, con LION la rotella di attesa di Excel appariva più di ogni altra cosa, e la gestione dei FONT, probabilmente delegata al sistema operativo rallentava sempre di più l’utilizzo di ogni applicazione che usasse font in modo estensivo.

 

MACBOOK RETINA SAVE ME! — La conclusione è stata che per continuare a lavorare con LION, dovevo cambiare Mac… non con un Windows, quello no, ma con un nuovo Mac. I difetti di LION dovevano essere corretti dalla potenza di un nuovo Mac. E così è stato.

Il Macbook Retina Display ha vissuto 1 mese con LION, rendendolo veloce come il Leopard di 4 anni fa! Un bel piacere, ma anche rabbia. Insomma, il boot in 2 secondi, lo shutdown istantaneo di Leopard erano tornati e non erano stati miraggi solo di un tempo che fu.

 

MOUNTAIN LION, ORA SI RAGIONA — Oggi è arrivato Mountain Lion. Oggi per modo di dire, è un pò che gira. Negli anni bui di LION temevo per il peggio: che Apple avesse perso la via accecata da iOS e dalla concorrenza (di Android), che nessuno più in Apple vedeva le imperfezioni di programmatori pigri e quindi processi o sistemi fatti male rimanevano tali e nessuno li chiamava alla Domenica mattina per una ramanzina (vedi Jobs e l’icona di Google Mail sull’iPhone 1), che sarebbe sempre stato peggio visto che il bug di SAFARI non è mai stato fixato realmente, così come altri problemi fixati solo dopo moltissimi mesi (se non anni per il flicker al nero di alcuni schermi del Macbook Pro unibody).

Oggi c’è Mountain Lion. Il rendering è tornato veloce, il processo esterno non è più “crashabile” con facilità, e se muore, non genera un “blank page bug” di tutte le finestre aperte di Safari che ora è alla versione 6.0; certo è più difficile rallentare un Mac nuovo per poter causare il problema, ma la prova del fuoco è un Excel che ora gira senza rotella!

Speriamo Apple non voglia fare di MacOS un iOS; magari mi sbaglio, ma io vorrei lavorare con questo Mac e non fare Gesture dalla mattina alla sera o stare collegato alla iCloud 24h su 24. Se magari ogni tanto pensasse alle applicazioni “classiche”, saremmo tutti un pò più operativi. Un iWorks come quello che abbiamo non serve a nessuno.

Ah… con LION nessuna applicazione riusciva ad aprirmi 2 GB di file XML, nemmeno Oxygen o BBEdit (quest’ultimo dava un terribile messaggio di altri tempi “OUT OF MEMORY”); ora invece riesco ad aprirlo e anche a consultarlo eppure è cambiato solo il Sistema Operativo.

SAFARI 6.0, UN WEB MIGLIORE?  — E con il Retina Display e qualche sito con grafica Retina, il browsing di Safari 6.0 è indubbiamente migliore di Chrome o Firefox. Tra l’altro Chrome continua a rimanere a 32bit quando oramai Safari è a 64bit da parecchi anni sul Mac.

UPDATE 1 AGo 2012: Stanotte Chrome si è aggiornato alla versione 21.0.1180.57 con RETINA DISPLAY (anche se ancora a 32 bit) e ora è un bel vedere anche con Chrome e non solo con Safari 6.

Quindi, viva Safari 6.0!

 

P.S. E’ con piacere che racconto di questo bug di Safari 6.0! Ma come? Di già un bug? eh sì…

SAFARI 6.0, SCROLL FREEZING BUG — Aprite il Develop Menu di Safari 6.0, attivate il debug Javascript e dite a Safari di fare stopword all’errore se ne capitasse uno, navigate fino a quando (questione di pochi click…) un sito web qualunque vi dà un errore (o fate voi una pagina con un errore), il debugger si attiverà e metterà in pausa il sito per farvi debuggare l’errore. Se non togliete la PAUSA del debug, tutte le altre pagine web che aprirete, userete, navigherete, nuove o già aperte non potranno più … scrollare! EH sì, viva Safari 6.0 — attendiamo fix 😀

Vabbuò, viva iOS!

 

Dominio vücumprà e Gógól.666 presto nelle vostre url

IL PRIVILEGIO DI AVERE UN DOMINIO .COM – All’inizio dei tempi, era un lusso e un privilegio avere il dominio .com. Ma registrarlo significava un “impegno” con il mondo al quale si annunciava di essere, appunto, “mondiali”. Per questo motivo, qualche cliente preferiva non volere il .com e avere solo un .it, con l’idea di dire “noi siamo piccolini”. E giammai si registrava un .net; quelli erano domini per i “network” di servizi, di aziende, di idee, tutte cose che non interessavano a clienti retailer o siti istituzionali. Questo all’inizio dei tempi. Oggi è un’altra storia.

 

ÀÈÍÓUE E IL DOMINIO VIENE QUÁ.it — Tra poco potrete avere dei domini di dubbia leggibilità, nomi con accenti e dieresi o umlaut, potrete registrare finalmente vabbuó.it con la ó come si deve, ci potrà essere un ecommerce che vende online con il nome di vucumprà.it ma anche domini assurdi tipo àèìòù.it oppure peggio gögol.it o utilizzare qualunque forma di confusione vi suggerisca la vostra fantasia.

Ovviamente non posso che pensare alle risate di quando in un FORM di registrazione email inserirete la vostra mail “alessandro@tacàdènt.it” poichè il 99% dei form di oggi scartano quel tipo di email, o peggio la salvano come tacadent.it creando beffa e danno in un colpo solo. Peggio ancora se vi verrà l’idea di iniziare ad usare i caratteri anche nel nome come nicolò@cadréga.it, una mail che per un form di iscrizione di oggi può produrre le conseguenze del sovrastimato bug dell’anno 2K.

 

CHI CONTROLLA IL DOMAIN SPAM? — Con questa novità per i domini, la voglia di inventare nuovi suffissi sembra degenerata.Non è una novità, dal dominio .TV in poi, i domini sono diventati sempre di più fuffa nel significato. É vero che per qualcuno i nuovi domini saranno utili e potrete dire che finalmente qualcuno sembra aver spiegato agli Yankee che Internet non è solo Americano (sì boys, ci sono anche le accentate nel mondo!), ma avete in mente quante nuove email false potranno arrivarvi e voi dovrete usare la lente di ingrandimento per capire se è vera o falsa? Perchè, è vero, gmail ne intercetta parecchie (ma non altrettanto yahoo mail, sveglia!), ma una info@bancadellagrandesïena.it sarà una mail Phishing pronta a portarvi altrove e a chiedervi dati, soldi e figli senza che voi ve ne accorgiate.

 

NON BASTA, ARRIVA PURE GOGOL.DEVIL — E poi, invece, han pensato almeno a tutelare quelli che invece dovrebbero avere il dominio con le accentate di diritto? Un sito (reale) come www.tuscos.it, di diritto dovrebbe avere l’equivalente milanese www.tuscòus.it e www.ciapachi.it dovrebbe avere www.ciapàchì.it, ma ovviamente i domini sono fatti per i banchetti di fantozzi: chi primo arriva, arraffa!

E la roba da arraffare non finsce qui!

No, perchè forse non lo sapete, ma si è appena conclusa (o si sta concludendo) un'”asta” internazionale che peggiorerà ancora di più le cose. Chi voleva (con tanti soldi), poteva proporre un proprio nuovo suffisso e aggiudicarsene i diritti d’uso. Sì avete capito bene.

Vi piace un dominio con il suffisso “.warez”? Va bene, è vostro. Andate in asta, decidete di pagare da un MINIMO 185,000$ in su e se vincete, è vostro. Dopodiche potrete usarlo per voi, per la vostra azienda o rivenderlo agli smanettoni di internet. Per tali geniali “nuovi” suffissi, i “big” si sono subito messi a spendere migliaia di dollari e il primo tra gli spendaccioni è il solito Google (o Gógol alla italo-berlusconiana) con i suoi 20 milioni di dollari e — lasciatemelo dire — strano che non abbia preso il dominio che gli si addice di più di tutti, il .666 (ndr. i numeri non erano nella lista dei suffissi, idea per il prossimo giro?).

Pertanto fra un pò avrete domini come www.perchè.wiki oppure andiamo.amagnà.citta e così via. I primi a gioire saranno i “phisher” (falsificatori di messaggi autentici con destinazione falsata), con migliaia di nuove alternative a loro disposizione per mandarvi spam e fare siti cloni www.ebay.ebay oppure www.ebây.it — entrambi di chi saranno?

 

TROPPE INFORMAZIONI, LA GIOIA DI GOOGLE — Con tutti questi nuovi domini, a e i o u .book .google .shop .vieniqui vucumprà.la, farvi collegare il più velocemente possibile al contenuto giusto sarà sempre più un compito di altri, tipo qualcuno che sappia gestire le informazioni per voi.

Almeno ora se pensate al sito della Lego, scrivete Lego.com; non vi serve Google “in mezzo” che fa l’arbitraggiatore di informazione (mostrando ogni tanto quello che preferisce). Invece domani come sarà? Volete un libro da Amazon per il kindle phone? bene, Amazon.com ma anche libri.kindle oppure kindle.amazon?

E peggio. Pensate ai siti corporate e ai siti di produttori mondiali. Asus! Philips! Sony! Per tutti questi già oggi è impossibile trovare le informazioni; domani saranno solo e sempre su sony.com?  Domani magari mettono le Tv sotto products-sony.hitech oppure sony.shop per lo Store, e anche sony-games.play per i giochi… Pertanto, i 20 milioni di dollari spesi dal motore di ricerca di Mountain View non sono una spesa, ma un investimento e l’aumentare della confusione della reperibilità delle informazioni è proporzionale a quanto dipenderete da Google. E Babelfish non c’è più, chi ci libererà da Google?

 

ASIA, ÜBER ALLES — Infine, non ci interessa molto, ma fa decidere spesso le strategie recenti delle aziende Occidentali: oggi i “big” temono di perdere il treno per l’Asia, chi fa tardi, prende di meno da un mercato enorme. E allora perchè non accontentarli? Il più grande gioco online di Ruolo, World of Warcraft sta preparando da più di 1 anno un’espansione completamente dal sapore Orientale, Apple sta abbracciando la Cina come il panda un albero, quindi perchè i gestori di domini non dovrebbero produrre 10 (sono cauto) volte tanto il fatturato permettendo accentate, dieresi e… ideogrammi? Sì, anche ideogrammi.

E quindi, se prima arriverete comunque su www.alibaba.com, domani avrete 10 milioni di domini in più con ideogrammi come http://파일을 찾을 수 없음 che non potremo certo digitare e visitare. Ah no, che stupido… Andremo su Gógól che sarà l’unico sistema per trovare, leggere e navigare siti di domini e contenuti di lingua diversa dalla nostra e magari anche di contenuti della nostra lingua, perchè un .book o un .shop o un .store non sono sufficienti per dirci che fa cosa.

 

 

Breaking the 1 year silence — [Solved] WordPress: Is its parent directory writable by the server?

Poichè alcuni sperano che io faccia un post ad un anno esatto di distanza, in modo da celebrare un anno di blog morto, ho deciso invece di postare pochi giorni prima ed evitare pertanto di dare ragione ai conformismi.

Dopo avere installato circa centinaia di siti e blog, voglio aiutare tutti quelli che hanno problemi di permessi di upload con wordpress con questa veloce guida.

Se avete avuto problemi con questo messaggio di errore:

Unable to create directory /wp-content/uploads/2012/02.
Is its parent directory writable by the server?

Quando avete problemi di permessi di Upload con WordPress vi dice che non può scrivere, non dovete buttarvi a pesce lesso su Gogol (Google per i più, ma da noi è stato battezzato Gogol oramai) e scoprire che l’unica soluzione è fare:

[bad idea] chmod 0777 wp-content/uploads/

poichè in questo modo state dicendo al server che chiunque acceda al vostro spazio web può scrivere in quella directory, una scelta di immensa gravità di sicurezza (ovvero se un plugin ha un bug o la versione di wordpress si scopre essere bucabile, sicuramente vi troverete un injection nel vostro sito/blog).

Il motivo per cui i permessi non funzionano con le installazioni di default sono da ricercare nel fatto che probabilmente avere caricato WordPress su di un server utilizzando un utente che non è quello usato dal Web Server, il quale è l’unico utente (oltre a root) che dovrebbe poter scrivere.

Pertanto, la procedura è la seguente.

Riducete al minimo l’accesso alle directory. Per wordpress potete usare quello suggerito da WordPress.org, ovvero

[step 1] chmod 0755 wp-content/uploads/

e poi dovete assegnare la directory che avete creato allo stesso utente del vostro apache web server e al gruppo a cui appartiene l’utente.

Per sapere a quale utente assegnare le cartelle del blog, se potete accedere all’apache.conf, cercate la linea che indica lo user in uso con questo comando.

sudo ps xe  | grep apache2

e leggerete qualcosa come:

 27648 ?        Ss     0:04 /usr/sbin/apache2 -k start APACHE_PID_FILE=/var/run/apache2.pid PATH=/usr/local/bin:/usr/bin:/bin LANG=C APACHE_RUN_GROUP=www-data APACHE_RUN_USER=www-data

dove leggete che lo user e il gruppo sono www-data e www-data; quindi andate nel vostro blog e fate:

[step 2] chown  -R www-data.www-data wp-content/uploads/

in questo modo non dovrete fare quell’orribile 777.

Se il ps xe non vi dà risultati, allora potete leggere l’apache.conf e usare le informazioni là inserite come User e Group, ma nei moderni OS le informazioni sono trasferite negli script di startup del web server e non più nell’apache.conf come variabile ${APACHE_RUN_USER}. Potete localizzare il vostro apache.conf velocemente scrivendo ad esempio:

apache2ctl -V

oppure httpd -V

e leggere la linea con

SERVER_CONFIG_FILE=

A presto.

 

Addendum per “An error occurred while updating … “.

Aggiungo una nota ad un errore che può apparire in fase di Aggiornamento anche dopo che tutti i settings e permessi sono corretti.

Se tentate di aggiornare un plug-in e leggere un errore del tipo

An error occurred while updating [PlugIn Name Here]: Could not create directory. […]

allora controllate che non abbiate attivato un plug in di security come AskApache Password Protect, ad esempio, o altri plug-in che lavorano su Apache mod_security.

In quei casi dovete disabilitare il Plugin di WordPress o mod_security (temporaneamente) per risolvere il problema.

Non vi consigli di disabilitare mod_security con

[bad idea] a2dismod mod-security2

poichè le stringhe di configurazione del modulo nella configurazione del sito o delle directory tramite htaccess rimangono e diventano “errori” per Apache e il riavvio del WebServer genera un downtime grave, ma piuttosto vi consiglio di inserire (o modificare l’htaccess per la wp-content/upgrade/ in modo da disabilitarlo, inserendo:

<IfModule mod_security.c>

SecFilterEngine Off

</IfModule>

e questo non necessita di riavvio di Apache (se l’htaccess è abilitato).

Buon blog!

La Posta Prioritaria di Google? Ma per piacere…

Nell’intento di una nobile “caratteristica” aggiuntiva di Gmail, una localizzazione sfortunata dalla versione Inglese di Priority Inbox porta nella Gmail nostrana la “Posta Prioritaria” di Google, ovvero la possibilità di filtrare “meglio” i messaggi di posta non-spam.

A tutti, e penso pure ai responsabili marketing di Google più che altro, quando si pensa a “Posta Prioritaria”, viene in mente il servizio off-line di Poste Italiane con il quale il 50% delle lettere viene inviato da quando è stato introdotto. Un ottimo prodotto, direi anche.

E allora perchè chiamarla proprio “Posta Prioritaria“? Sapendo dell’esistenza del servizio di Poste Italiane, non era il caso di attenersi un pò di più alla traduzione “diretta” in Casella Prioritaria? Dopo tutto del servizio di Poste Italiane non ha nulla a che fare e svolge un compito completamente diverso.

Se c’è dell’affronto (competitivo?) da parte di Google a Poste Italiane, mi pare invece ci sia più che altro una gaffe di localizzazione e una scelta infelice, più nell’ottica di creare semplicemente confusione negli utenti che nel rendere minore l’importanza degli annunci di Google sul piano pratico.

Don’t be Evil… detto dal diavolo…

Ah, se non bastasse, qualcuno dica a Google che ci sono 7 marchi depositati per Posta Prioritaria da parte di Poste Italiane dal 2003 ad oggi.

L’Ipad, il media che sta tra Desktop e … Divano!

Indipendentemente da come lo si voglia posizionare, un tablet, un netbook, o semplicemente un nuovo media che sta tra il Desktop e il … Divano, l’iPad puo’ avere finezze e difetti, ma un merito lo ha, e tutto, di farmi riscoprire la lettura di Notizie e Riviste che “per colpa di” (anche se dal mio punto di vista e’ piu’ un “grazie a”) Internet avevo abbandonato a favore di un blog letto al volo ogni tanto, una home page di qualche Quotidiano online aperta velocemente e magari randomiche notizie cercate qua e la’ su siti vari.

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TV, GIORNALE, METEO, NOTIZIE TUTTE INSIEME DAL DIVANO – Invece ora posso tornare alla versione stampata di Time Magazine, letto forse 2 o 3 volte negli ultimi anni, ma sempre interessante, che con un veloce download e’ subito tra le mia mani. E poiche’ tutte le ricerche di mercato riportano come oggi la fruizione dei media stia cambiando e non da meno voglio uscire dal panel, “contemporaneamente” leggo l’iPad e guardo la televisione, mando una mail e guardo le statistiche di Analytics, per poi passare l’iPad a nipoti desiderosi di giocare al nuovo episodio di High School, ovviamete scaricabile direttamente dall’interno del gioco.

Un mix di media che ora si avvicina maggiormente alle mie esigenze. Le applicazioni dei quotidiani, dal Corriere a Time Magazine, dai Comics della Disney (da quanto non provate a leggere un Topolino? Ora potete farlo (ri)scoprire ai vostri figli con un semplice click) ai Marvel, da Bloomberg al Meteo, Comingsoon per i film, MacUser UK, riviste per Photoshop, visite virtuali a Musei di ogni dove (con guida vocale inclusa) e corsi veri e propri sono la risposta ad una fruizione discontinua e veloce che oramai mi perseguitava da anni e che le pagine cartacee non riuscivano piu’ a soddisfare per la semplice difficolta’ di … averle e poterle leggere in qualsiasi momento, e per la poca voglia di voler leggere un’intera edizione quando l’interesse era solo per pochi articoli.

Ora serve solo che il mix divenga popolare e che gli editori sappiano creare una nuova modalita’ di consultazione redditizia per loro e per i lettori (insomma, che non sia un cavalcare una moda).

PAY-PER-READ E ADVERTISING INTERATTIVO – Mi piacerebbe pagare anche solo i singoli articoli, magari centesimi, per evitare di leggere di notizie che non vorrei mai avere; se devo interagire con le pubblicita’, che non sia un layer sovrapposto alla prima pagina del quotidiano in attesa di un caricamento, o un Ads sullo stile di Youtube che si sovrappone fastidiosamente su quello che sto facendo, ma voglio poter accedere allo spot di una Lavatrice, guardarne le caratteristiche, trovare dove e’ venduta e magari ricevere in modalita’ push o via email altre informazioni.

Cosi’ come il media mix sta cambiando, anche la pubblicita’ dovrebbe farlo. Dopotutto stiamo usando device collegati alla rete (quasi) sempre; gli inserzionisti possono fare Marketing, Branding ma anche Infocommerce, dare un valore al marchio con uno spot appassionante, ma anche dare informazioni pratiche e collegarti ai siti di competenza, dare listini, piani tariffari, presentazioni, tutto partendo da uno spot digitale che, da fermo e statico di una volta, ora interagisce con te e ti chiede di “Girare il tuo iPad” per vederlo in azione. Entusiasmante.

cbr, cbz e PDF su iPad

Una delle prime cose che vi vengono per la mente quando avete tra le mani un iPad è quello di voler provare a leggere un paio di Libri in qualsiasi formato essi vi capitino sottomano.

Se avete un Pdf o se potete ridurre il vostro formato attuale in Pdf, l’applicazione migliore che potete installare oggi è di sicuro GoodReader for iPad.

GoodReader for iPad

Con GoodReader potete leggere PDF, PPT, DOC, XLS, TXT di complessa struttura nel modo più veloce possibile, avendo a disposizione una serie di opzioni da rendere questa iApp unica. Il vantaggio è che, oltre a poter individuare Pdf direttamente dall’interno dell’applicazione tramite Browsing, Url, File Sharing, etc, all’interno dello stesso iTunes vi apparirà una sezione in cui potrete semplicemente fare il drag&drop di file direttamente ed essi appariranno in GoodReader sull’iPad (o iPhone) come una normale operazione di Sync

GoodReader Sync Area in iTunes

GoodReader Sync Area in iTunes

Link di GoodReader su iTunes

  • Formati: PDF, DOC, PPT, TXT, Immagini, Audio e Video
  • Paid Apps

Cloud Readers for iPad

Formati: PDF, CBZ, CBR; Free App
Decisamente uno dei migliori anche per alcuni PDF molto complessi non sbaglia il rendering di alcuni font e menù di Libri o Fumetti. Per i .cbr e i .cbz ha il vantaggio che una volta copiati con iTunes NON ci sono conversioni da attendere una volta che lanciate l’applicazione. Li usa così come li copiate e pertanto sono istantaneamente disponibili.

cloud-reader-ipad-cbr

Cloud Readers, con la versione 1.03, introduce la compatibilità con i file .CBR e .CBZ, oltre al PDF già presente dalle prime versioni.

Un file .CBR è un formato compresso con RAR contenente una sequenza di file immagine o pdf da trattare in visualizzazione secondo la numerazione indicata in fase di creazione. Infatti potete decomprimerlo se usate RAR. Poichè è scomodo prendere tanti file singoli chiamati 01, 02, 03, nn e concatenarli assieme, è stato creato un formato compresso chiamato CBR per gestire tale necessità.

Il formato .CBZ è la stessa versione fatta con ZIP.

spiderman e sonya - on ipad

spiderman e sonya - on ipad

ComicPad for iPad

  • Formati: PDF, CBZ;
  • Free App

Se il vostro file è in formato PDF o CBZ, potete provare anche ComicPad, che è una FreeApp

Comic Zeal4 for iPad

  • Formati: PDF, CBZ, CBR, CBI
  • Paid Apps

Comic Zeal4 è un altro lettore specializzato per Comics (Fumetti) in grado di leggere PDF, file CBR, files CBZ e files .CBI.

E’ purtroppo un’applicazione un pò cara, ma decisamente più robusta di ComicPad, anche se prima vi direi di provare Cloud Readers per i vostri CBZ, CBR visto che è gratuita e funziona molto bene. Ma ComicZeal4 ha di recente introdotto una opzione sperimentale chiamata “Assisted Panning” con la quale la lettura dei Fumetti diventa estremamente più comoda rispetto agli altri reader come CloudReaders o ComicReader. A differenza di Cloud Readers che rende i CBR istantaneamente disponibili da leggere una volta copiati, ComicZeal4 deve “importarli” prima di usarli, facendovi attendere qualche secondo la prima volta e soprattutto facendoveli sparire dalla tabella in iTunes, rendendo le cose difficili per evitare doppioni.

iPAD PERFETTO PER UNA LETTURA OVUNQUE VOI SIATE – Insomma con tutte queste applicazioni, il mondo dei PDF si riversa egregiamente su iPad. Per non parlare delle applicazioni che gestiscono gli eBooks direttamente, come Kindle di Amazon per iPad, iBooks stesso di Apple (ma si deve aspettare Maggio per qualche libro in italiano), XComics, Marvel Comics della Marvel, eBooks Deluxe reader, Wattpad e slegato dal mondo dei PDF, Audiobooks for iPad della Crossword Consulting Ltd.

A quando un Bonelli Comics direttamente su iPad? Ma guardando il (nuovo!!!) sito online, che usa ancora i frames, mi sa che arriveranno prima tutti gli editori del resto del mondo sul vostro iPad e poi forse qualcuno italiano.

Dalle Webmaster Guideline di Google: “If fancy features such as […] frames, DHTML, or Flash keep you from seeing all of your site in a text browser, then search engine spiders may have trouble crawling your site.”

Per la Fieg, Internet e Televisione sono un nemico da combattere?

I ricavi da parte delle imprese editrici di quotidiani del periodo 2007-2009 in Italia e’ uno dei peggiori, secondo la Fieg.

Per il periodo 2009-2007, i quotidiani nazionali hanno venduto il 9,5% in meno, quelli locali il 4,9% in meno, con una media di 86 copie vendute ogni 1000 abitanti.

CD, Dvd, Libri, indicati come i “collaterali” del settore, sono calati del 45,6% in due anni; tra i periodici i ricavi editoriali calano del 14,4% e il 29,5% in meno di ricavi pubblicitari.

PER LA FIEG SERVE UNA TASSA — La risposta della Fieg per voce del Presidente Malinconico e’ quella, tra le altre, di tassare chi naviga online e di intervenire con la collaborazione di provider e dei motori di ricerca contro l’utilizzo improprio dei contenuti on-line.

E critica e’ la posizione che sostiene indicando che il settore ha ricevuto anche minori agevolazioni fiscali e aiuti statali rispetto agli anni precedenti.

Dopo queste due frasi, direi che un paio di secondi per riprendersi e’ necessario.

UN PROBLEMA DI INNOVAZIONE – Quale sarebbe il problema? Forse quello di non essere capaci di trasformare i propri contenuti (oramai gia’ tutti digitali) in un sistema di fruizione piu’ moderno e dinamico, che possa utilizzare come veicolo di diffusione proprio quegli strumenti che invece la Fieg vuole penalizzare?

Accusano Internet e la televisione di “rubare” audience all’editoria, ma forse e’ proprio l’editoria stessa a dover capire che potrebbe invece essere la prima attrice dei contenuti del Web e dei media digitali di questi e dei prossimi anni. Non subire Internet, ma sfruttarlo.

Invece nei gruppi editoriali cosi’ come li conosciamo, per l’online ci sono solo timidi tentativi di cavalcare momenti di innovazione portando on-line dei contenuti nati per l’off-line, ma mai un segno di innovazione di come, a partire per primo dagli autori stessi, i contenuti editoriali debbano essere funzione dei nuovi media e non viceversa.

Sono on-line inziative figlie di idee editoriali nate altrove, quando invece le idee editoriali di oggi devono poter nascere figlie di progetti pensati per le nuove tecnologie e le nuove modalita’ di fruizione, per poi successivamente creare servizi a valore aggiunto la cui fruizione sia veloce ed immediata per ogni tipo di device e utente.

E invece di capire che serve dare contenuti il piu’ possibile on-demand e non riviste e mensili i cui contenuti sono scritti settimane prima, i segnali che mandano sono timori di non riuscire piu’ a produrre contenuti atti a ricevere sovvenzioni statali.

E se non basta, parlano di tassa quando invece dovrebbero guardare ai propri contenuti editoriali e trasformarli in portali di informazione, dare valore aggiunto agli stessi e poi specializzarli in un media fatto sempre piu’ di parole ma anche video. Non serve reinventare, basta guardare a Murdoch e alle proprie property editoriali online in USA.

un iPad inutile

Ho preso un iPad. Ovviamente.

Questa enorme videata digitale mi invita ad utilizzarlo per quello che non facevo se non con un Pc, come ad esempio scrivere documenti direttamente, inviare mail e allegati e scrivere questo messaggio di blog direttamente dall’applicazione di wordpress per iPad.

Forse ora il mio iPhone farà finalmente quello che avrebbe dovuto fare da subito… Ovvero il telefono! Prima dell’ipad, il mio iPhone faceva tutto tranne che il telefono e i suoi gigabyte erano sempre insufficienti.

Ora finalmente farà il telefono, forse non giocherà più come prima, giocherà meno, tutte funzioni che ora preferirei fare su di un device grande il doppio, molto più veloce e soprattutto che si USA come un pianoforte!

Ah, il titolo del blog? Bè un suggerimento di un mio amico invidioso 🙂

Alla prossima per questioni più serie.

Facebook 250 milioni di utenti, what’s next?

250 milioni è il numero di utenti registrati di Facebook. La società di San Francisco vale oggi circa 10 miliardi di dollari, valore calcolato dopo la recente raccolta di 200 milioni di dollari dalla Digital Sky Technologies russa.

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FACEBOOK VALE 10 MILIARDI DI DOLLARI – 10 miliardi di dollari (10 Billions USD) per una società che prevede di fatturare circa 500 milioni di dollari nel 2009, 20 volte meno di quanto si è auto valutata, e il CEO Mark Zuckerberg prevede “billions in revenues” entro cinque anni da oggi, quindi una crescita di almeno 4 volte il fatturato.

Chiunque a questo punto dovrebbe volere una IPO di Facebook.

Il valore della società è indirettamente confermato da Facebook stessa che nel tentativo di acquistare Twitter per 500 milioni di dollari aveva valutato se stessa per circa 8b$ (8 USD Billions), 2 in meno del recente calcolo, ma la Twitter non riteneva corretto nessun valore oltre i 4b$.

Lo spaccato delle Revenues di Facebook H1 2009  ci dice che:

  • 125 milioni di dollari dai cobrand
  • 150 milioni dall’accordo con Microsoft (adcenter)
  • 75 milioni dai servizi
  • 200 milioni dal content match proprietario (gli ads testuali gestiti da Facebook direttamente)

ALLA CONQUISTA (COPIA) DI TWITTER – Dopo il mancato acquisto di Twitter, Facebook sta velocemente clonando tutte le opzioni che rendono Twitter uno strumento unico ad oggi, soprattutto le molteplici capacità che Twitter offre alle aziende e che invece mancano in Facebook, meno B2B oriented, sperando di limitare la crescita del primo tra le Fortune 500 aziende.

Se spacchiamo in 2 le revenue di Facebook, 125+200 sono revenues da Pubblicità gestita da Facebook stessa, 150 dal deal con MS e 75 dai servizi, il “paying user”. In percentuale, 13% dagli utenti, 59% da se stesso e 28% da Microsoft. Deludente il 13% dagli Utenti, ma si sa che quello che conta è il banner o il text link.

Twitter, molto piu’ giovane nel revenue model, con un decimo degli utenti di Facebook di oggi previsti per fine 2009, ad oggi ha un’unica revenue stream. Sorpresa, Microsoft.

Parecchi servizi B2B a pagamento (addon) verranno introdotti in Twitter, ma ad oggi la società guadagna solo dall’accordo con Microsoft con un deal a Revenue Shares tale da generare per l’H1 del 2009 circa 500,000$, ovvero 0.5 milioni di dollari, 300 volte meno dell’equivalente accordo di Ms in Facebook. Visto che il prodotto Microsoft si basa su di un bid medio identico per i due market place, la differenza è sicuramente nel diverso numero di utenti (1 a 10) e soprattutto nel diverso modello di advertising (piu’ invasivo in Facebook, ancora sperimentale in Twitter tale da generare in Facebook 30 click paganti per ogni utente di Twitter, il che è abbastanza ovvio se si osservano i due tipi di portali).

I forecast delle due aziende sono ovviamente molto aggressivi, ma indubbio è che il 75% delle loro revenues sarà Text advertising e Cobrand anche tra 5 anni, di cui oggi il 30% da un partner esterno come Microsoft.

WHAT’S NEXT ? – Quanto è appetitoso un servizio come Facebook?

E’ la stessa Microsoft a non voler perdere l’opportunità di scalare il servizio di Facebook nel caso si ripetesse una seconda MySpace (con il senno di poi direi fortunatamente evitato per Microsoft). Ed è per lo stesso Zuckerberg di Facebook sperare che prima o poi qualcuno voglia far valere davvero 10$b un’acquisizione da parte di qualche “gigante”. E’ lo stesso CEO di Facebook che dichiara di avere già rifiutato parecchie PA, ma per quanto? Dopotutto quei 250 milioni di utenti fanno solo il 13% delle revenues, mentre il resto è ADS, un business che altri sanno fare molto bene. Inoltre quei 250 milioni di utenti potrebbero abbracciare facilmente una servizio mail come Hotmail, Gmail o Yahoo mail se solo l’avessero a disposizione, mentre ad oggi Facebook è “solo” una grande piattaforma “social”.

MAIL REINVENTED BY GOOGLE (o Yahoo?) – Con Google Wave, Ancora una volta, è lo stesso Google a ricordare a tutti quanti che la killer application è la mail e niente altro (search a parte). Non è gTalk, non una chat migliore, non è gChat, uno scambio foto o un social bookmarking. Però non e’ neanche gMail come la conosciamo oggi.

La killer application del futuro e’ la mail con le funzioni di social sharing integrate […] — e tutto alla velocità di Google.

La killer application del futuro e’ la mail con le funzioni di social sharing integrate, dove una piattaforma come Facebook e una come gMail sono completamente integrate, dove chattare e mandare mail sono la stessa cosa, dove un profilo o un messaggio sono accessibili nello stesso modo, dove un feed e una discussione sono la stessa cosa, le foto si draggano, la musica si condivide insieme ai propri amici — e tutto alla velocità di Google.

Questo ci sta dicendo Google. Il futuro della mail e’ la mail. Perche’ chattare fuori dalla mail? Perche’ un profilo se non e’ nella mia mail? Perche’ non posso taggarti, mandare e vedere foto e amici e gruppi di fan direttamente dalla mia gMail?

Con questa prospettiva, Microsoft e Yahoo devono pensare a come trasformare se stessi nella stessa direzione e non disperdere i servizi e farli crescere da soli. Infatti e’ Yahoo! 360 che chiude e migra rifatto dentro Yahoo! mail, ma ancora come molte limitazioni e preistoriche opzioni di condivisioni (ad esempio lo scambio foto e’ un link a flickr.com e non una vera integrazione ajax, ma qualcosa si muove di certo in Yahoo! mail; basta andare a vedere che cosa fa Xoopit appena acquistata dal colosso di Sunnyvale).

Microsoft risploverebbe un po’ di successo per la sua mail — che tra i tre colossi è come sempre quella meno innovativa e senza idee chiare  — e parecchie impression per Adcenter con una community stile Facebook, magari riciclarne la piattaforma Ajax per integrarla sui portali MSN un pò troppo pesantini in certe cose. Search a parte è l’acquisizione che potrebbe interessare di più.

Questo Facebook da solo farà sempre piu’ gola, ma 250 milioni di utenti e quelle impression sono un valore unico per chi ha mail e ha parecchi clienti sul content advertising e chi meglio di Google, Yahoo! o Microsoft sanno farlo? Facebook stessa? E’ possibile, se si arroccherà in difesa come ha fatto Yahoo! per la Search.

Cloud Computing: un chip per Apple iTunes?

Originalmente nati come HaaS “hardware as a service” e SaaS “Software as a Service”, il cloud computing e’ la convergenza delle architetture hardware e software che permettono di elaborare dati, raccogliere dati, dare dati in modo distribuito.

In parove povere, Clound Computing e’ il servizio che viene distribuito in reti locali o mondiali per migliorarne l’utilizzo da parte degli utenti. Nato nel 1999, oggi l’esempio piu’ classico e’ la Search di Google: il servizio e’ il piu’ vicino possibile alla tua adsl per massimizzare la sensazione di velocita’ del servizio.

cloud-computing

E’ normale infatti imputare al servizio un disservizio della rete che ci collega ad esso. Tale comportamento dovuto alla latenza di una rete o alle applicazioni che usiamo per navigare spesso trasferiscono al servizio la sensazione di poverta’ dell’offerta. E’ facile, insomma, dare la colpa al servizio finale anche quando in realta’ esso non ha nessun problema, ma lo ha qualcosa tra noi e loro. Una pagina web che si blocca e la colpa e’ del sito web, quando magari e’ un plugin di Flash o Java malfunzionante o la rete di Alice adsl lenta a risolvere gli IP per collegarsi.

Per questo il Clound Computing trasporta il piu’ vicino possibile all’utente il servizio desiderato. IBM, Microsoft, Google con il superbo progetto Google App Engine, Amazon nomi sulla bocca di tutti. Con Amazon, che per prima tenta di portare il servizio a piu’ utenti possibili, attraverso le AWS (il servizio a pagamento di Amazon per gli sviluppatori) e’ possibile dare anche una propria FOTO e chiedere ad amazon di darla agli internauti attraverso il loro servizio di cloud computing. Se un giapponese visualizzera’ la vostra foto, la ricevera’ da server in giappone, se e’ un tedesco, da server di Francoforte. Costoso per i piccoli, efficace per i grandi.

IL CLOUD COMPUTING DI APPLE – Quando Apple presento’ AppStore, il servizio di iTunes per distribuire le applicazioni di iPhone, una riga tra le slide del keynote di Jobs recitava “Fastest Delivery Worldwide”; questa riga sottolineava come AppStore avrebbe massicciamente utilizzato una tecnlogia Cloud Computing per distribuire le applicazioni iPhone nel mondo. Questo significa che quando siete su iTunes di un PC o su AppStore direttamente dall’iPhone e scaricate una applicazione, questa sara’ trasferita nel tempo minore possibile.

Il fatto che le applicazioni di iPhone (e anche la musica di iTunes) vi vengano recapitate alla massima velocita’ e’ fondamentale per associare al servizio la sensazione di “Velocita’”. E’ importante per il successo dello stesso.

Per questo Apple fa uso di tecnologia Software e Hardware as a Service per iTunes.

La disponibilita’ di banda larga permettera’ a questi servizi di diventare sempre di piu’ utilizzati e utilizzabili. Nei videogames, sono state annunciate importanti operazioni di digital download. Benche’ nel 2009 e’ previsto che solo il 2% del mercato del Gaming sara’ venduto tramite digital download, la distribuzione di applicazioni e media tramite reti sara’ sempre piu’ attuale.

Quando Apple e Google annunciano di voler costruire proprie farm, la notizia anni fa non associava immediatamente alla necessita’ di poter deliverare velocemente non solo pagine web, ma anche applicazioni e musica.

NON TUTTO E’ MUSICA – Parallelamente alle applicazioni e alla musica di iTunes, Apple sta giocando un’altra delle partite secondo lo stile di “Jobs”. Con l’esperienza fatta in Disney-Pixar e con le porte (quasi) spalancate dopo il successo di iTunes, e’ facile per Jobs ipotizzare un business plan che coinvolga le major cinematografiche per la distribuzione dei film e delle serie TV anche su iTunes. Be’ lo fa gia’, ovviamente. In iTunes USA e’ stato appena annunciata la disponibilita’ di film e serie in formato HD (High Definition).

Distribuire film (in HD) non e’ proprio come distribuire file audio o applicazioni iPhone di 10 megabyte. E’ vero che ci sono applicazioni di 100 megabyte gia’ su iTunes, ma la media e’ di 10 megabyte.

Quando si parla di “acquistare” una serie TV in HD da iTunes, vuole dire accedere da 300 a 900 megabyte di dati da scaricare. Se volete scaricare un film in HD magari con audio 5 canali, si parla di almeno 3 o4 gigabyte. Se per la musica bastava vincere lo scetticismo delle major, per i film c’e’ un problema di delivery dei media.

TECNOLOGIE HARDWARE PROPRIETARIE PER LA DISTRIBUZIONE DI SOFTWARE – E’ OnLive, il servizio di distribuzione dei videogiochi online che si annuncia come “il futuro di internet” e sostenuta addirittura da Steven Spielberg, la prima azienda che vuole trasferire dati (videogiochi in questo caso) in una nuova modalita’ composta da tecnologie di compressione proprietarie e streaming parziale dei giochi.

Forse per questo Apple, da anni avida accentratrice di tutti i nuovi film in uscita al formato proprietario Quicktime MP4 e recentemente indaffarata ad assumere ingegneri AMD, puo’ voler pensare ad una propria tecnologia di compressione hardware che permetterebbe di distribuire applicazioni di megabyte o film di gigabyte in meta’ tempo, di diventare la piu’ grande scatola di distribuzione digitale e di aumentare il valore dei propri macbook e desktop (o iPhone e media TV vari che si inventera’) con il semplice fatto che possono vedere i film… meglio e piu’ velocemente cosi’ come iPod fu per la musica.