Mainly Internet business, but also life mysteries and videogames

Mese: Ottobre 2008 (Pagina 1 di 2)

Halloween 1 – Tutti i Santi 0

Un (brutto) logo pagano sulla home page di Google.it, che appare un pò si’ e un pò no su Google.com per problemi di replicazione di dati a quanto pare, per ricordarci come il mondo di internet sia ateo, freddo e “user generated content“.

Certo domani non mi aspetto un logo per celebrare invece il significato cattolico e gioioso del 1° Novembre; purtroppo non è una festa americana, non è nemmeno per tutti, è “solo” un valore di pochi e quanto meno per “internet”.

ACCORDO AAP – GOOGLE PER I LIBRI – Nello stesso momento Google compra la causa da parte dalla AAP, l’associazione che tutela i diritti degli autori di libri in America, e la rivende alla stampa come un accordo da 125 milioni di dollari per l’indicizzamento di tutti i libri che vogliano apparire in Google. O forse è stata la stampa a raccontarla in modo più piacevole per Google. Fatto sta che milioni di libri appariranno in Google.

DEAL YAHOO – GOOGLE AL TERMINE – Rumori intanto parlano dell’accordo tra Google e Yahoo! e del possibile abbandono dello stesso da parte dei due colossi. Forse il dipartimento americano dà ragione a Microsoft e di certo non sta sbagliando.

GOOGLE SPINGE IL LOCAL – Quello che è certo è invece quanto Google voglia investire sul local ancora di più e su tutte le attività di geo targeting, sui servizi locali e il local advertising.

In effetti questo è un prodotto che funzionerebbe bene in Maps, in Mobile e G1 e nella search con Adwords, quest’ultimo ancora l’unico prodotto con cui Google produce fatturato, e gli utenti sembrano poterne gradire l’utilizzo, finalmente.

HALLOWEEN 1 – TUTTI I SANTI 0 – Però domani vorrei poter non vedere il logo di Halloween per il mio 90% (quanti sono gli utenti internet che cercano con Google in Italia) di ricerche sul web. Già Papa Gregorio, per combattere la concorrenza di una festività celtica sempre più popolare e sempre più pagana spostò la festa cattolica dei morti dal 13 Maggio al 1 Novembre. Non credo che Papa Benedetto XVI oggi abbia tra i punti in agenda quello di “dare un messaggio alle 20 milioni di persone che vedono un logo pagano sulla home page di Google”. Eppure vorrei tanto vedere un logo di Tutti i Santi sulla home page dei siti che uso di più.

Lo vorrei davvero.

Buona festa (di Tutti i Santi)!

Coca Cola è il marchio più chiacchierato nel 2008

Coca-Cola dice di avere abbassato gli investimenti in Latin America per fine anno e di abbassarli nei forecast dell’anno prossimo. $330 milioni per il 2008 invece che $500 milioni. Il motivo è l’aumento dei costi delle materie prime e l’indebolimento nei cambi.

QUARTER DEL 20% SOTTO – Il Q3 di Coca Cola è sceso del 20% nei profitti. La causa sono i costi dei trasporti (la benzina) e semplicemente perchè la gente ha bevuto di meno la bevanda più famosa al mondo. Coca-Cola detiene l’80% del mercato delle Cole vendute in Nord America.

Ma leggendo tra le righe, il prezzo della bevanda in USA era stato incrementato di qualche centesimo per permettere dei margini maggiori e questo ne ha diminuito le vendite. Da noi in Europa invece la crescita è stata del 5,5%, con il record in Inghilterra del 6% di maggiori vendite.

Coca Cola vende la Coca classica, la Zero e la Sprite. Insignificanti i volumi delle bottiglie d’acqua.

COCA-COLA IL MARCHIO PIU’ CHIACCHIERATO NEL 2008 – Ma dal lato Social, la Coca Cola invece risulta come il brand più discusso in America. Un report del gruppo Keller Fay, tra Gennaio 2008 e Agosto, Coca Cola è stato il marchio più discusso online ed offline.

Gli esperti sono sorpresi che si parli più di una bevanda tra amici che di un telefonino, un contratto telefonico o di altro (Pepsi è quarta, AT&T seconda), eppure l’effetto Mentos ha scatenato un buzz fortissimo.


“E’ strano che si parli di una bevanda a base di carbonato”, dice West Nyack del Beverage Business Insights, eppure la Coca Cola che esplode è di più di una bevanda, è divertimento, è social.

Alla gente piace parlare delle cose di cui fanno uso tutti i giorni. Se si fa uso di un prodotto tutti i giorni, cibo compreso, se ne parla con più frequenza.

Google Burattinaio di Yahoo! e Shopping.com

C’e’ qualcosa che mi preoccupa di piu’ della Recessione Economica di cui tanto si tenta di non fare allarmismo, eppure Repubblica e il Corriere titolano a grandi colonne lo stesso titolo nella stessa edizione le dichiarazioni di allarme di Marco Draghi che oggi continua dicendo: “La crisi colpirà le famiglie”.

QUARTER DI YAHOO, SEARCH IN CALO – Yahoo! ha annunciato il suo Quarter. Buone — quasi inattese — le revenues da parte di Search Marketing (la search) anche se gli obiettivi erano stati ridotti  nei quarter precedenti, mediocri i segnali dati dal display advertising — ci si aspettava di più –, e tutti in attesa del profittevole deal tra Yahoo! e Google — quei $800m –.

Eppure l’accordo Y!-Google e’ ancora fermo, il governo e l’anti-trust chiedono ( anche Microsoft come dico qui ) piu’ tempo per le verifiche e intanto il tempo passa.

YAHOO LICENZIA – Yahoo! inoltre annunciera’ dei licenziamenti. Licenziamenti si’ anticipati ad inizio anno, ma che ora aumentano a un numero di parecchio oltre il migliaio, circa 1500 persone. Qualche giornalista italiano grida che e’ colpa della “recessione”; in realta’ la recessione e’ solo un fiammifero sul fuoco di Yahoo!.

Oggi sembra fare sicuramente piu’ gola l’offerta di Microsoft piuttosto che l’accordo con Google sulla Search. Personalmente preferisco uno Yahoo! autonomo, ovviamente, ma Ballmer insiste.

GOOGLE UN TROJAN HORSE – La mia preoccupazione e’ che uno Yahoo! agonizzante non faccia piu’ concorrenza a Google. Google ha solo vantaggi a far partire l’accordo con Yahoo!, di revenues e di “collaborazione”. In realta’ Google e’ un trojan horse, a meno che Yahoo! chieda a Google sottobanco un 20% in piu’ di traffico dalla search algoritmica, per fare andare di piu’ il Display Advertising, tenere Yahoo! lontano da Ballmer e dare del tutto la search a Google.

Ma Google ha gia’ fatto un morto.

SHOPPING.COM DI EBAY IN DIFFICOLTA’ – Ecco che cosa dice Shopping.com (societa’ di eBay) per il suo Q3: “Our online comparison site, Shopping.com, was significantly impacted by changes made by search engines that disrupted shopping’s traffic this quarter. This business decelerated sharply in Q3, impacting marketplace’s revenue growth by about a point” e continua dicendo che per almeno 3 Quarters (9 mesi) tale declino non si recupera (Souce eBay Q3).

“Search engines” dicono, per non scrivere “Google”.

Per recuperare parte della perdita, Shopping.com annuncia di non accettare piu’ “merchants”. Ma come? Basta clienti? E’ come se il supermercato non accettasse piu’ fornitori! Come se Yahoo! non accettasse piu’ clienti! Eppure avrebbe un senso: con il crollo del traffico, il click da dare ai clienti sono diminuiti ed e’ meglio mandarli su meno merchant e che magari paghino di piu’.

Infatti, Shopping.com ha anche annunciato di alzare i bid minimi di categoria; vuol dire che per entrare si deve pagare di piu’. Shopping.com e’ un motore di ricerca a confronto prezzi che fa pagare a click.

GOOGLE LA CAUSA – E la mia preoccupazione? E’ che tutto questo dipende da un solo attore, Google, lo stesso che vuole farsi amico Yahoo!, ma che invece sta lentamente mettendo in agonia; lo stesso che dipinge Microsoft come il sith di internet (e’ vero, ma e’ un Sith anche Google quando si parla di soldi e Jedi in tutto il resto che non fa soldi). Chi e’ un Sith? Un essere malvagio.

Perche’? Perche’ e’ Google a togliere il traffico ai partner di Yahoo! – e quindi ai clienti di Yahoo! – e a Shopping.com. Lo toglie secondo questo semplice piano sith: “Tu hai dei clienti che invece possono stare su Adwords e non da te? Ci penso io, tu non piaci e ti tolgo da Adwords — Ci vuoi stare lo stesso? Allora paga molto di piu’ perche’ sei brutto”.

La mia preoccupazione non e’ che Google stabilisca regole di qualita’ insindacabili e scorrette, ma che nessuno possa essere l’alternativa a Google per fare advertising.

Yahoo!, search in eliminazione e display rallentato. Ebay, shopping.com massacrato. Microsoft, piagnucolosa senza soluzioni nella search.

Who next?

Lucasarts verso il fee-based online gaming con Star Wars

Sith o Jedi? So gia’ che molti di voi vogliono stare dalla parte malvagia dei Sith!

3500 anni prima di Luke Skywalker, oggi la californiana Lucasarts (quelli di Star Wars, di Monkey Island) e la canadese BioWare (quelli di Baldur’s Gate e Mass Effect) annunciano “Star Wars: The Old Republic” un gioco di ruolo online in tempo reale basato ovviamente sulla storia di Guerre Stellari.

LA STORIA FA LA DIFFERENZA – E’ proprio il co-fondatore di BioWare, societa’ di Electronic Arts, Ray Muzyka a sottolineare che a differenza di tutti i giochi di ruolo online oggi disponibili – come World of Warcraft o Warhammer – e’ proprio la storia a fare la differenza in questo gioco. L’interazione tra giocatore e storia sara’ molto piu’ evidente e coinvolgente e, sempre secondo Muzyka, non si svolgeranno missioni senza saperne il motivo.

Le poche immagini mostrano i tipici paesaggi alla Guerre Stellari con Jedi che combatto e Spade Laser che si scontrano. Pochi i dettagli e nessuna data di rilascio.

FEE BASED ONLINE GAME – Sul modello del successo di Blizzard-VIvendi, World of Warcraft, anche Star Wars The Old Republic sara’ un gioco on-line a pagamento mensile. Si potra’ scegliere di essere i buoni Jedi oppure i cattivi Sith (anche se un Sith buono potra’ esistere comunque), di giocare con migliaia di altre persone contemporaneamente e di avere un proprio compagno, come e’ stato Chewbacca per Han Solo.

Con l’arrivo di Lich King di Blizzard e sempre piu’ segnali positivi dall’online gaming (si parla di un 10% delle revenues del settore – ovvero 1,1 miliardi di dollari per il 2008 per l’intero settore on-line, Asia compresa), e’ ora che Lucasarts si giochi il suo prodotto piu’ prestigioso per entrare in questa “arena”. 

Personalmente dalle immagini rilasciate vedo pochi dettagli degli ambienti del gioco; visto che sono dei mondi virtuali, spesso gli utenti si aspettano veramente di interagire con qualunque cosa, oggetti e ambienti e non solo di fare missioni o crescere il proprio personaggio.

Tanto lavoro da fare e molti fan ansiosi di vivere personalmente le scene fino ad oggi viste solo nei film.

E’ LA RINASCITA DI LUCASARTS? – Lucasarts, un’etichetta prestigiosa di Lucasfilm Ltd. di George Lucas, annuncio’ l’anno scorso una ristrutturazione a seguito di alcuni anni di poco successo e di progetti mediocri. Dopo tale cambiamento, Lucasarts annuncio’ di volersi focalizzare su pochi titoli, ma di estremo e longevo valore. Dopo il recentissimo e ottimo Star War Il – Potere della Forza, primo titolo della “rinascita”, oggi entra nel lucrativo mondo della paid subscription insieme a BioWare, societa’ capace di produrre elevata qualita’ il cui Mass Effect, gioco di fantascienza pubblicato da Microsoft, e’ finito sul tavolo del produttore Avi Arad, ex CEO di Marvel.

Google Checkout, il sistema di pagamento di Google.

Google Checkout e’ il sistema con cui Google permette ai negozi di vendere prodotti online e nello stesso tempo permette agli utenti di fare acquisti online. Nato nel 2006, entra subito in competizione con il leader Paypal di eBay, ed entrambi oggi affiancati anche da Amazon Checkout.

Tutti e tre i servizi permettono di vendere prodotti in cambio di una fee fissa e di una percentuale sul venduto, e la battaglia tra i tre e’ proprio sulle commissioni e gli incentivi dati agli utenti.

Ma dopo due anni a che punto e’ Google Checkout?

PAYPAL SEMPRE LEADER – Al Q1 del 2008, negli Stati Uniti, il 55% degli shoppers online utilizza Paypal, contro un 6% che usa Google Checkout e un 7% che usa Amazon Checkout. Piu’ della meta’ che ha usato tutti e tre i sistemi dice di preferire Paypal (57%), ma l’83% preferisce comunque usare la propria carta di credito e nessuno dei sistemi indicati (Source: JPMorgan Internet Team 2007 Consumer Survey)

Limitandoci solo ai Merchant, i negozi che offrono sia Paypal sia Google Checkout riportano che senza promozioni il 5% usa Google Checkout, mentre il 10% usa Paypal.

Di principio, per i merchant proporre agli utenti uno o l’altro sistema non e’ un problema, se l’utente vuole pagare con un certo sistema, il negozio si adegua e lo implementa.

Nel periodo natalizio del 2007, in UK Google Checkout offriva bonus da $10 a $50 per chi utilizzava Google Checkout, una campagna di marketing aggressiva che porto’ il sistema del gigante di Mountain View a superare Paypal per il mese di Dicembre 2007. Ma appena terminata la promozione, Paypal torno’ ad essere il piu’ utilizzato.

ANCHE GOOGLE POCO SODDISFATTO – Insomma, pochi dati di diversa interpretazione per un prodotto giovane e da poco adottato, ma ci sono altri segnali da considerare.

Nel report 10-Q per il Q12008 di Google Checkout, Google dice “we are incurring significant costs and expenses to support our Google Checkout product and promote its adoption by merchants and consumers […]”. I costi di adozione di Checkout presso i merchant e presso gli utenti sono sicuramente stati sottovalutati da Google. Da notare che nel report di Google per il Q3-2008 appena rilasciato, di Checkout non si parla nemmeno.

Marketing piu’ costoso del previsto, promozioni piu’ aggressive del previsto, Amazon nuovo competitor e Paypal che rimane saldo al comando. Certo. Ma anche piu’ responsabili che seguissero i Merchant, e non funziona solo mandare e-mail; i negozi online fatto attivita’ di logistica, packaging, selezione e spedizione prodotti, gestione degli approvigionamenti e dei clienti, non ci sono solo bit per loro e non si gestiscono come delle agenzie e la competenza marketing richiesta e’ diversa sia per Google che per i merchant stessi.

CON I MERCHANT PARECCHI ERRORI – Nel 2006, prima che Checkout fosse presentato ufficialmente, Google testo’ con qualche decina di merchant americani l’adozione del prodotto per verificare che cosa comportasse utilizzare un processo di checkout in Google piuttosto che sul negozio stesso e l’80% dei merchant rispose di non volerne sentire di Google Checkout.

Gli errori di Google a quel tempo furono molteplici, ma principalmente la diffidenza dei merchant ad un posizionamento d’offerta arrogante e di volere essere Google stesso un merchant come ad esempio non dare i dati dei clienti che facevano acquisti.

Per tutto il 2007, parecchi merchant si lamentano inoltre della poca dinamicita’ di Google nel permettere ai negozi di comunicare meglio con i clienti. Mentre Paypal fornisce addirittura un supporto alle modifiche grafiche e di marketing da inserire in fattura, Google Checkout a malapena permette di inserire il logo del negozio.

SCONTI E PROMOZIONI IL MARKETING DI GOOGLE PER CHECKOUT – E le commissioni chieste ai negozi? Aggressive da parte di Google, piu’ basse di un circuito VISA MASTERCARD e piu’ convenienti di Paypal, ma come gia’ detto, per i merchant non c’e’ problema a offrire Checkout o Paypal, e’ l’utente che sceglie.

Dare pertanto fino a $50 di bonus a chi comprasse con Checkout e’ stato per Google un passo quasi obbligatorio; in questo modo forzava l’adozione del prodotto da parte dei compratori, ma a costi piu’ alti.

E poco serviva scontare ai merchant l’uso di Adwords usando Checkout. Per un transato su Checkout pari a 10 volte quanto si spende in Adwords, Checkout e’ gratis per i negozi. Insomma, per 100$ di click, devi fare 10 vendite da 100$, oppure 20 da $50 al massimo. Senno si paga il 2% sul transato e comunque 20 centesimi di dollaro per vendita. Meglio di un circuito VISA o di Paypal, ma l’uso da parte degli utenti rimane comunque basso.

Infatti, dopo qualche mese, Google annuncia di inserire un loghettino grafico vicino agli annunci di Adwords che fanno uso di Checkout.

Dai merchant segnali positivi, ovviamente. L’etichettina Checkout che appare nella pubblicita’ di Adwords da’ un 23% di aumento nel click-through rate nelle campagne. E i clienti che usano Google Checkout convertono il 24% in piu’ rispetto agli utenti che usano il processo di acquisto standard (“e’ piu’ veloce, e’ piu’ semplice”).

MA LA SERP DI GOOGLE NON SI TOCCA – Insomma buone notizie, peccato che un elemento grafico terrorizzi i pensieri di Page e Brin, puristi da sempre della pagina di ricerca; quando si tratto’ di creare Adwords, se fosse stato per loro, non avrebbero mai affiancato alla search una linea di risultati “non naturali”.

E forse e’ meglio seguire altre strade piu’ complesse, come la Universal Search e portare gli utenti su ulteriori landing page piuttosto di viziare la pagina con un pericoloso precedente, ma questa strada e’ piu’ lunga e difficile e intanto Checkout affanna.

Ma c’e’ tempo. Perche’ Checkout per Google e’:

  • un sistema di pagamento online per utenti;
  • un sistema di transazione online per i negozi;
e questo lo sapevamo gia’, ma e’ anche:
  • il sistema migliore per avere merchant in Adwords;
  • il sistema che con Analytic potra’ convertire il mercato costo a click (CPC) in quello costo a vendita (CPA).

Eh si’, il sogno nel cassetto di Google Adwords e’ di poter avere milioni di prodotti e migliaia di merchant (cosa che oggi fa molta fatica a inserire e seguire), di scoprire come tracciare tutto con Checkout e Analytic e poi di dare a tutti la possibilita’ di usare questo sistema, chiamarlo Adwords 2 e sostituire ogni click possibile con un cpa equivalente, laddove la catena del valore sia sufficientemente controllata da parte di Google. La comunione avverra’ quando Checkout e Analytic saranno pronti e i clienti educati come si deve. Per ora non proprio.

Google Universal Search? No, Web Search first.

Adwords è l’artefice del fatturato di Google, e la Ricerca ne è del successo. Dalla prima versione a oggi, parecchi sono gli esperimenti che Google ha introdotto, testato, scartato o adottato.

Se pensiamo al Google di sette anni fa, è una Ricerca a scompartimenti stagni; il web, le immagini, le news, i prodotti, ciascuno per i fatti propri. Se lo pensiamo oggi, è uno studio dei comportamenti degli utenti e una classificazione delle chiavi di ricerca per un risultato integrato, o “Universale”, come Google lo descrive.

La “Universal search” è il risultato delle esperienze da parte di un utente e delle risposte da parte di Google. Se la ricerca può essere completata da un video, Google mostrerà quel video; se la ricerca ha carattere di cronaca, le “news” occuperanno una posizione rilevante all’interno della pagine dei risultati di ricerca (o “SERP” per abbreviazione).

E non solo. Mentre Google studia come rappresentare al meglio la risposta per una ricerca, nello stesso tempo si prepara ad affrontare un passo tecnologico molto importante.

Tra tutti i componenti “nuovi” che sta introducendo grazie alla Universal Search, quello da cambiare in modo radicale è però uno vecchio: il risultato dal web!

Perché? E’ semplice. Il risultato dal web è quello che la gente usa di più, è quello che la gente utilizza meglio, è quello che alla gente dà maggiori risposte.

Il Web è il risultato più facile da consultare e anche quello più veloce. E’ il prodotto più importante di Google ed è il “contenuto” più consultato in assoluto on-line.

Che cosa Google deve cambiare del risultato web?

I risultati non possono più essere aggiornati “ogni tanto”. Le pagine devono essere lette ogni giorno e più volte al giorno. E’ ora che la SERP contenga pagine lette e controllate anche poche ore prima, che esse siano sempre più attuali e non solo rilevanti.

Questa “modifica” è già in corso, ma non ancora tale da rendersi palese a tutti e sostituire il Google che conosciamo oggi. Il risultato deve mostrere la data e l’ora di creazione o di ultima modifica, una discussione su di un forum sarà aggiornata spessissimo, un blog immediatamente ad ogni post.

In questo modo avremo la prima più grande rivoluzione della web search da quando la conosciamo riscritta da Google grazie al Pagerank. Non ci sarà più un risultato “vecchio”.

Come fa Google a fare tutto questo è questione di “potenza”, una delle tre chiavi di successo di Google, insieme a “velocità” e “rilevanza”. Potenza dello “spider”, quel processo che Google utilizza per scoprire e indicizzare le pagine web, che non passerà più sul vostro sito “una volta ogni tanto”, ma “sempre” o almeno tante volte quante gliene serviranno per non servire un risultato “vecchio”.

Potenza nell’estrarre dati strutturati dai forum, dai blog, da cataloghi web, da SERP di altri motori (se utili), da community, social network, recensioni e opinioni. Potenza nel riconoscere dati non strutturati, ma che possono essere interpretati secondo pattern logici per poi utilizzare al meglio nelle risposte agli utenti. Pensate ad un risultato web contenente un informazione sul meteo, sugli orari degli spettacoli al cinema o delle guide TV.

Ad esempio, pensate a questa attuale problematica. Apple stasera presenterà i nuovi Macbook portatili (in realtà lo ha già fatto e ne ho parlato qui, ma l’esempio calza a pennello). Se cerchiamo in Google “apple mac book”, almeno trenta siti occupano i risultati web con riferimento a questo evento, all’attesa, a come saranno e con che forma. Solo qualche sito parla del “macbook”, occupa i primi risultati, ma visitandoli si scopre che essi non trattano dei nuovi modelli, ma di quelli vecchi, quelli di un anno fa, eppure rilevanti secondo Google. Poi arrivano risultati tecnici, recensioni e pagine di negozi ritenute meno importanti in questo momento da parte di Google. Da notare che tale posizionamento declassato viene poi riponderato una volta che il trend di ricerche per “apple macbook” torna nella normalità.

Ma ora andiamo avanti di 24 ore. Steve Jobs finalmente presenta i nuovi Macbook. A 5 minuti dalla prima immagine, alcuni blog iniziano a scrivere del nuovo macbook. Dopo un’ora dalla conclusione dello speech, non solo blog, ma anche siti specializzati e giornalistici di tutto il mondo si stanno aggiornano con foto e dettagli.

Ebbene, Google nelle ultime 40 ore sta avendo dei terribili mal di testa per le ricerche “apple macbook”. La gente non riesce a trovare quello che cerca, perché risultati rilevanti del giorno prima escono prima dei siti “appena creati”, eppure più interessanti. Gli utenti devono trasformare la ricerca in “nuovo macbook di apple” “apple new macbook” o altre forme per cercare di filtrare i risultati e saltano velocemente titoli di risultati sperando che uno come “Ecco i nuovi macbook di Apple” sia un post di pochi minuti fa e non di ieri.

Chi vince? Oggi vincono i blog, Google li legge appena scrivono, ma Google vuole fare vincere tutti. Per farlo deve mandare lo spider continuamente su tutte le pagine, di più se un sito di informazione, di meno se un sito istituzionale. Deve metterci la data al risultato, dirci di quanti minuti fa è l’aggiornamento (non di quando lo ha letto, ma da quanto tempo è cambiata la pagina) e ricalcolarci la rilevanza quasi in tempo reale.

Potenza. Tutto questo significa potenza in nuovi server per contenere più dati, per gestire più processi di ricerca delle pagine, per eseguire nuovi algoritmi di estrazione e confronto dati.

Tutto questo significa che anche noi dobbiamo potenziare i nostri siti. Dobbiamo dare a Google nuove pagine, strutturate se non lo sono, e i nostri siti devono rispondere al quadruplo delle richieste del Googlebot, lo spider di Google, perché  Google sara’ sempre piu’ goloso di pagine.

 

I nuovi Macbook di Apple, tanto design, poco sconto.

Belli i nuovi MacBook di Apple, come sempre dei piccoli gioielli di tecnologia e design.

E questa Apple qui mostra 10 minuti di filmato in cui i primi 2 mostrano maestria non solo nel software e nel design, ma anche nella “costruzione” (e’ proprio il termine corretto da usare) del portatile! Da guardare assolutamente.

Design, potenza, e design della costruzione!
E il filmato che termina con gli U2 e mostra scene dal film Iron-Man (che da piccolo fa amicizia con Bill Gates), complimenti. Non sono proprio i weezer diciamo. Per gli hard core e’ subito entusiasmo.

Eppure forse quel 999$ non era proprio l’entry level che il pubblico si aspettava.

La battaglia per il laptop piu’ economico questa volta Apple non la vince. Delusione o compensazione dall’immensa qualita’ del nuovo prodotto, per un chip Nvidia migliore, un track-pad in vetro e parecchio nuovo design e potenza.

C’e’ piu’ del 40% di utenti per i laptop sotto ai 1000 dollari. Si dice che Apple stia cavalcando l’onda, grazie all’euforia di iPhone, di iTunes, un MacOs X che funziona bene e Vista che delude. Un vantaggio che gli permette di aspettare ancora un anno.

Copyright Czar e la firma di Bush

A poche settimane dal suo passaggio di consegne, Bush firma un atto con il quale praticamente crea una posizione e un laboratorio (detto il “Copyright czar”) dedicato per investigare i crimini contro proprietà intellettuali, brevetti e marchi.

Fino ad oggi tali crimini erano delegati ad un dipartimento di più ampia azione (tipo il DJA) e pertanto essi non erano in grado di essere “gestiti” nelle modalità richieste da un mercato sempre più complesso e differente da quello della droga o terrorismo. Per pressione sicuramente di major che tutelano i mercati della musica, dei film, delle software house come la BSA e degli autori stessi, da ora esisterà un ruolo per gestire direttamente questi reati.

– Import e export di prodotti senza autorizzazione del produttore (prodotti fisici o merce digitale);
– prodotti marchiati senza autorizzazione del produttore o marchi falsi;
– registrazione di film senza autorizzazione e traffico degli stessi;
– violazione con intento criminoso di un copyright.

Lo scopo di questo atto è quello di ridurre i prodotti contraffatti sia in US sia all’estero, identificare lacune nei processi di indagine e investigazione, condividere le informazioni tra i dipertimenti e le unità di ricerca, identificare ed eliminare network di falsificatori internazionali, aiutare le altre nazioni a tutelare e proteggere i diritti intelletuali, lavorare con le stesse per stabilire standard e policy per la tutela delle regole.

Per la voce “crimini di computer” vengono inoltre inclusi i crimini “over the Internet“.

Le Major non commentano, ma la creazione di questo processo è stato per anni sponsorizzato dalle stesse. Inoltre con l’apertura dei mercati digitali e la disponibilità in casa di reti sempre più veloci, era tempo che Internet apparisse tra le vocie dei mezzi da investigare in modo diretto.

Fa piacere a tutti poter guardare un film o ascoltare musica scaricata da internet, poichè è gratis e generalmente se essa delude non è un problema, basta cancellarla. Ma spesso tale attività sfocia nel diventare un’abitudine con la quale i film sono tutti gratuiti e la musica è praticamente di tutti e poche volte ci si chiede se effettivamente tale comportamento non stia insegnando a chi viene dopo di noi, i nostri figli ad esempio, se quello che vedono fare è corretto.

Spesso ci diciamo “Compriamo un prodotto se veramente è valido“, film, software o musica che sia, ma vedo sempre più giovani ignorare questo principio di buona fede e sistematicamente apprezzare il download gratuito piuttosto che l’esaltazione di un opera come ingegno di altre persone (e pertanto è il premio il comprarlo). Va bene la cultura del “gratuito”, ma bilanciata dal riconoscere che l’opera altrui è sempre un valore che va riconosciuto quando se ne usufruisce.

Per questo ben vengano le leggi, anche perchè è l’unico modo per cambiare i comportamenti scorretti di così ampia natura. Anche se US è sempre la prima a inasprire i controlli (almeno il diritto intellettuale là è ben riconosciuto), spesso è proprio il  fatto di dipendere da Hollywood per il nostro intrattenimento cinematografico a far sperare che anche in Europa ci sia un ulteriore passo presto.

Siamo tutti una Technology Media Company

Siamo tutti technology media company. E di “Media” pensiamo di saperne parecchio. Ma di Technology?

E’ indubbio che la tecnologia è una componente fondamentale per il successo delle aziende che operano su internet.

La stessa Yahoo si definiva anni fa Tecnology and Media Company e Google ha vinto la prima battaglia grazie a tre elementi palesemente tecnologici: “velocità” (bassissimi tempi di risposta), “potenza” (miliardi di documenti indicizzati) e “rilevanza” (il pagerank e la sua applicazione).

Un’ottima tecnologia è però condizione necessaria, ma non sufficiente per un buon servizio online. Serve anche il “controllo” sulla stessa. Essa è così importante nel vostro business plan, che dovete sapere come viene gestita.

Per questo i responsabili tecnologici di un progetto internet dovrebbero essere assolutamente qualificati, se non addirittura parte dell´idea stessa. Basta ricordare Wozniak di Apple, Allen e Gates di Microsoft, McNealy di Sun, Brin di Google, etc. Ma il controllo della qualità della tecnologia è spesso reso difficile dalla poca disponibilità di risorse e da delivery di progetto inderogabili.

Quanto vi fidate del vostro responsabile tecnologico? E’ giusto dare massima fiducia? Tenete conto che presa una direzione (piattaforme, server, ambienti, reti, etc), non sarà più possibile cambiarla.

Technology Media Company Comic

Technology Media Company Comic

Alcuni degli errori tipici.

“Beware of third parties support”.

Affidare il controllo dei sistemi a società specializzate, sperando che le stesse siano veramente qualificate, per poi accorgersi mesi dopo che il balancing dei server è sbagliato, ma oramai il costo della banda è stato modellato al doppio per colpa di questa “incompetenza”.

“Peaks of Traffic”.

Sottovalutare le problematiche di picco di traffico. Tre volte il traffico non significa moltiplicare per tre il costo delle risorse e dei processi e i sistemi standard php, mysql, apache vanno conosciuti bene tanto quanto la gestione dei processi delle macchine; una competenza difficilissima. Per questo vi chiederanno sempre il doppio delle macchine realmente necessarie. Sembra costare meno, ma i sistemi non saranno mai al meglio delle condizioni.

“Traffic Reports”.

Avere migliaia di report sul consumo di banda, sui pacchetti errati, sugli IP che si collegano abusivamente, le porte TCP aperte, ma nessun che considera il fatto che una buon business oggi sfrutta sistemi come Google, Adwords, Adcenter, Yahoo in maniera così estensiva da rendere questi report inutili accroccaglie di numeri a meno che essi “conoscano” questi aspetti. Che strano, il report dell’housing (fa parte del servizio più costoso) continua a indicare sempre e solo gli stessi IP… sono quelli di Google. Ma vengono calcolati come traffico “normale”, falsando forecast di consumo, costo e stime delle risorse. Servire pageviews può costare parecchio (anche +100% nel business plan) per colpa di questi report.

“Simple is better”.

Perdere di vista le cose più semplici. Un’immagine? E’ una jpg, lasciamola tale e mettiamola su di un server destinato a servire immagini. Invece, poichè tale gestione può essere troppo “system dependent”, gli sviluppatori portano le immagini nel database e scrivono codice per stamparle, creando giganteschi file di dati e un codice che viene eseguito migliaia di volte per stampare le foto sul sito. Peccato lo stesso introduca stressing sui sistemi, limiti il numero di processi aperti (quindi si ritorna ad un problema di “system”) e persino bug che una <img src> non avrebbe certo creato.

“Speed is a key to success”.

Performance… il grande sconosciuto. Per fortuna Google ha svegliato un pò tutti quanti, insegnando che performance significa “successo”, altrimenti saremmo ancora a dare tutto in pasto alla FULL TEXT di MySql e sperare di avere un result set come quello di Google. Troppo spesso si pensa che i tool a disposizione risolvano i problemi da soli. Se MySql o SQL Server *non* sono diventati Google, un motivo ci sarà nelle loro capacità di Indexing, Ranking e Rilevanza…

“Schedule Time”.

Assicuratevi che le risorse tecniche siano gestite bene. Assicuratevi che il vostro Responsabile sappia gestire il suo tempo e il tempo degli altri. Spesso non sa gestire il suo tempo. Che sappia allocare un tempo (medio) per le emergenze nei suoi diagrammi (più serve tempo imprevisto e più ne tenga conto nelle  pianificazioni e meno ne serve e meglio distribuisca il “gap” di emergenza nei prossimi plan) e infine moltiplichi sempre per 2 tutto quello che dice del suo impiego e per 3 per il tempo degli altri.

Insomma, se il vostro progetto è tecnicamente critico, abbiate sempre un modo di controllare il valore della tecnologia che producete.

Non abbiate timore di chiedere e farvi spiegare i dettagli dei processi e di poterli confrontare con esterni. E’ importante che il team tecnico vi dica “come fare le cose” e non “che non si può fare”; spesso quest’ultima risposta è solo di comodo.

Video Gaming Industry e la crisi

Dall’inizio dell’anno, l’indice delle 30 blue-chip, il DJIA, e’ sceso ad oggi del 40%. Il NASDAQ, peggio, del 42%, il DOW JONES ha appena avuto la “peggiore settimana della sua storia”, 18% in meno in una settimana.

In Italia, le fashion brand stanno modificando il numero di prodotti destinati all’estero: quelli destinati agli U.S.A. in particolare, al ribasso. Pensano che il Q1 2009 non sara’ per niente buono per loro. La GDO dice che anche la vendita di un bene primario come il cibo subira’ un calo. E per dopo Natale ci sono solo preoccupazioni.

La Gaming Industries sta subendo lo stesso calo, in media un 40% dall’inizio dell’anno.

Eppure Electronic Arts manda un segnale agli azionisti dicendo che quando la gente vuole risparmiare o, meglio, non vuole spendere, generalmente incrementa le ore spese in casa o al cinema. Per la Gaming Industries, la paura economica alla fine produce piu’ ore spese davanti ad un video game, e, cinicamente, un numero piu’ alto di disoccupati significa piu’ ore a casa.

Il titolo peggiore e’ THQ, quella di Saints Row e SmackDown, -68% in un anno, ma la colpa e’ dei titoli sfortunati che non raggiungono mai un ottimo giudizio. Con Ratatouille e Wall-E  ignorati e Saints Row — cantiamo tutti insieme — fortemente battuto dai concorrenti come Rock Band o Guitar Hero.

EA perde il 53% in un anno, da $60 a $27 di settimana scorsa. Benche’ sia la societa’ con il maggior fatturato, con Spore e Warhammer nei negozi, paga il ritardo di questi due titoli, Fifa 2009 appena uscito, Battlefield Heroes in ritardo, Harry Potter nel 2009. Ma confidenti nel fatto che il Q4 vedra’ queste revenues, EA spera in un calo minore.

La fabbrica di soldi Blizzard-Activision e’ quella che perde meno, ma solo perche’ 1 anno fa non esisteva. -28% in un mese, ma World of Warcraft ha oramai abbonati per 11 milioni world-wide ed e’ praticamente cocaina per chi gioca. 

Con piu’ gente in casa, c’e’ da aspettarsi che aumentino gli abbonati e le ore spese; per il fatto che il 13 novembre esce il seguito di World of Warcraft, Blizzard-Activision potra’ garantirsi una minor perdita rispetto alla concorrenza.

Anche per questo, Blizzard annuncia di spezzare in tre un bestseller di sempre, Starcraft 2, in modo da assicurarsi un ottimo 2009 con Stracraft 2, Wings of Liberty e altre due espansioni, da un solo titolo previsto in origine. Insomma, se con uno e’ stato un bestseller di sempre, con tre sara’ senz’altro un buon ritorno delle perdite di queste settimane. E se il gioco era criticato per mancanza di innovazione, con ben 2 espansioni hanno gia’ risolto una eventuale “crisi” del prodotto senza danneggiarne il prestigio.

Insomma, la Gaming Industries potrebbe soffrire meno degli altri settori. Nella crisi qualcuno sorride e dice “I disoccupati hanno piu’ ore da dedicare a casa” e aggiunge “Se la gente non viaggia e sta a casa, che cosa fara’? Generalmente cercano una specie di ‘cheap entertainment’, i video giochi, i film“. Vedremo.

« Articoli meno recenti