Alessandro Bonzi blog - Internet e motori di ricerca

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Shopzilla, +14,7% Q3 2008; Shopping.com male.

Shopzilla, shopping comparison di Scripps Networks Interactive Inc., societa’ americana specializzata nello shopping online e offline, autore in origine di BizRate e del piu’ recente uSwitch.com, il sito che arbitraggia sui servizi d’uso e consumo giornaliero come gas, acqua, telefono, mutui etc, riporta una crescita del 14,7% per il Q3 2008 rispetto al Q3 2007, per un totale di 62 milioni di dollari di fatturato.

Secondo quanto riportava eBay pochi giorni prima per Shopping.com, un crollo delle revenues descritto nella call di eBay come “This business decelerated sharply in Q3, impacting marketplace’s revenue growth by about a point” dando la colpa ai motori di ricerca.

SHOPZILLA, TRAFFICO IN AUMENTO – Eppure Shopzilla giustifica il maggior fatturato grazie alla crescita di traffico, a significare che quello che ha impattato Shopping.com e’ stato un evento abbastanza specifico, come gia’ descrivevo in questo post precedente su Google e Shopping.com

E’ chiaro che Shopping.com e’ stato penalizzato per la scarsa qualita’ offerta dalle pagine di ricerca, spesso focalizzate a mostrare pubblicita’ o risultati delle aste su eBay piuttosto che prodotti, core business della stessa societa’. Quando tali pagine sono ritenute di scarso interesse per gli utenti di Google, questi rimuove le pagine oppure ne alza il costo per stare in Adwords con una conseguente crisi di traffico per il sito di destinazione.

E’ Shopping.com uno dei riferimenti per lo shopping comparison, sia per la usability che per il modello di business, eppure la mia sensazione e’ che in questi ultimi anni esso ha solo perso qualita’ e diminuito la propria leadership. Forse e’ ora il caso di guardare ad altri shopping comparison, piu’ innovativi e interessanti.

Google Burattinaio di Yahoo! e Shopping.com

C’e’ qualcosa che mi preoccupa di piu’ della Recessione Economica di cui tanto si tenta di non fare allarmismo, eppure Repubblica e il Corriere titolano a grandi colonne lo stesso titolo nella stessa edizione le dichiarazioni di allarme di Marco Draghi che oggi continua dicendo: “La crisi colpirà le famiglie”.

QUARTER DI YAHOO, SEARCH IN CALO – Yahoo! ha annunciato il suo Quarter. Buone — quasi inattese — le revenues da parte di Search Marketing (la search) anche se gli obiettivi erano stati ridotti  nei quarter precedenti, mediocri i segnali dati dal display advertising — ci si aspettava di più –, e tutti in attesa del profittevole deal tra Yahoo! e Google — quei $800m –.

Eppure l’accordo Y!-Google e’ ancora fermo, il governo e l’anti-trust chiedono ( anche Microsoft come dico qui ) piu’ tempo per le verifiche e intanto il tempo passa.

YAHOO LICENZIA – Yahoo! inoltre annunciera’ dei licenziamenti. Licenziamenti si’ anticipati ad inizio anno, ma che ora aumentano a un numero di parecchio oltre il migliaio, circa 1500 persone. Qualche giornalista italiano grida che e’ colpa della “recessione”; in realta’ la recessione e’ solo un fiammifero sul fuoco di Yahoo!.

Oggi sembra fare sicuramente piu’ gola l’offerta di Microsoft piuttosto che l’accordo con Google sulla Search. Personalmente preferisco uno Yahoo! autonomo, ovviamente, ma Ballmer insiste.

GOOGLE UN TROJAN HORSE – La mia preoccupazione e’ che uno Yahoo! agonizzante non faccia piu’ concorrenza a Google. Google ha solo vantaggi a far partire l’accordo con Yahoo!, di revenues e di “collaborazione”. In realta’ Google e’ un trojan horse, a meno che Yahoo! chieda a Google sottobanco un 20% in piu’ di traffico dalla search algoritmica, per fare andare di piu’ il Display Advertising, tenere Yahoo! lontano da Ballmer e dare del tutto la search a Google.

Ma Google ha gia’ fatto un morto.

SHOPPING.COM DI EBAY IN DIFFICOLTA’ – Ecco che cosa dice Shopping.com (societa’ di eBay) per il suo Q3: “Our online comparison site, Shopping.com, was significantly impacted by changes made by search engines that disrupted shopping’s traffic this quarter. This business decelerated sharply in Q3, impacting marketplace’s revenue growth by about a point” e continua dicendo che per almeno 3 Quarters (9 mesi) tale declino non si recupera (Souce eBay Q3).

“Search engines” dicono, per non scrivere “Google”.

Per recuperare parte della perdita, Shopping.com annuncia di non accettare piu’ “merchants”. Ma come? Basta clienti? E’ come se il supermercato non accettasse piu’ fornitori! Come se Yahoo! non accettasse piu’ clienti! Eppure avrebbe un senso: con il crollo del traffico, il click da dare ai clienti sono diminuiti ed e’ meglio mandarli su meno merchant e che magari paghino di piu’.

Infatti, Shopping.com ha anche annunciato di alzare i bid minimi di categoria; vuol dire che per entrare si deve pagare di piu’. Shopping.com e’ un motore di ricerca a confronto prezzi che fa pagare a click.

GOOGLE LA CAUSA – E la mia preoccupazione? E’ che tutto questo dipende da un solo attore, Google, lo stesso che vuole farsi amico Yahoo!, ma che invece sta lentamente mettendo in agonia; lo stesso che dipinge Microsoft come il sith di internet (e’ vero, ma e’ un Sith anche Google quando si parla di soldi e Jedi in tutto il resto che non fa soldi). Chi e’ un Sith? Un essere malvagio.

Perche’? Perche’ e’ Google a togliere il traffico ai partner di Yahoo! – e quindi ai clienti di Yahoo! – e a Shopping.com. Lo toglie secondo questo semplice piano sith: “Tu hai dei clienti che invece possono stare su Adwords e non da te? Ci penso io, tu non piaci e ti tolgo da Adwords — Ci vuoi stare lo stesso? Allora paga molto di piu’ perche’ sei brutto”.

La mia preoccupazione non e’ che Google stabilisca regole di qualita’ insindacabili e scorrette, ma che nessuno possa essere l’alternativa a Google per fare advertising.

Yahoo!, search in eliminazione e display rallentato. Ebay, shopping.com massacrato. Microsoft, piagnucolosa senza soluzioni nella search.

Who next?

Google Checkout, il sistema di pagamento di Google.

Google Checkout e’ il sistema con cui Google permette ai negozi di vendere prodotti online e nello stesso tempo permette agli utenti di fare acquisti online. Nato nel 2006, entra subito in competizione con il leader Paypal di eBay, ed entrambi oggi affiancati anche da Amazon Checkout.

Tutti e tre i servizi permettono di vendere prodotti in cambio di una fee fissa e di una percentuale sul venduto, e la battaglia tra i tre e’ proprio sulle commissioni e gli incentivi dati agli utenti.

Ma dopo due anni a che punto e’ Google Checkout?

PAYPAL SEMPRE LEADER – Al Q1 del 2008, negli Stati Uniti, il 55% degli shoppers online utilizza Paypal, contro un 6% che usa Google Checkout e un 7% che usa Amazon Checkout. Piu’ della meta’ che ha usato tutti e tre i sistemi dice di preferire Paypal (57%), ma l’83% preferisce comunque usare la propria carta di credito e nessuno dei sistemi indicati (Source: JPMorgan Internet Team 2007 Consumer Survey)

Limitandoci solo ai Merchant, i negozi che offrono sia Paypal sia Google Checkout riportano che senza promozioni il 5% usa Google Checkout, mentre il 10% usa Paypal.

Di principio, per i merchant proporre agli utenti uno o l’altro sistema non e’ un problema, se l’utente vuole pagare con un certo sistema, il negozio si adegua e lo implementa.

Nel periodo natalizio del 2007, in UK Google Checkout offriva bonus da $10 a $50 per chi utilizzava Google Checkout, una campagna di marketing aggressiva che porto’ il sistema del gigante di Mountain View a superare Paypal per il mese di Dicembre 2007. Ma appena terminata la promozione, Paypal torno’ ad essere il piu’ utilizzato.

ANCHE GOOGLE POCO SODDISFATTO – Insomma, pochi dati di diversa interpretazione per un prodotto giovane e da poco adottato, ma ci sono altri segnali da considerare.

Nel report 10-Q per il Q12008 di Google Checkout, Google dice “we are incurring significant costs and expenses to support our Google Checkout product and promote its adoption by merchants and consumers […]”. I costi di adozione di Checkout presso i merchant e presso gli utenti sono sicuramente stati sottovalutati da Google. Da notare che nel report di Google per il Q3-2008 appena rilasciato, di Checkout non si parla nemmeno.

Marketing piu’ costoso del previsto, promozioni piu’ aggressive del previsto, Amazon nuovo competitor e Paypal che rimane saldo al comando. Certo. Ma anche piu’ responsabili che seguissero i Merchant, e non funziona solo mandare e-mail; i negozi online fatto attivita’ di logistica, packaging, selezione e spedizione prodotti, gestione degli approvigionamenti e dei clienti, non ci sono solo bit per loro e non si gestiscono come delle agenzie e la competenza marketing richiesta e’ diversa sia per Google che per i merchant stessi.

CON I MERCHANT PARECCHI ERRORI – Nel 2006, prima che Checkout fosse presentato ufficialmente, Google testo’ con qualche decina di merchant americani l’adozione del prodotto per verificare che cosa comportasse utilizzare un processo di checkout in Google piuttosto che sul negozio stesso e l’80% dei merchant rispose di non volerne sentire di Google Checkout.

Gli errori di Google a quel tempo furono molteplici, ma principalmente la diffidenza dei merchant ad un posizionamento d’offerta arrogante e di volere essere Google stesso un merchant come ad esempio non dare i dati dei clienti che facevano acquisti.

Per tutto il 2007, parecchi merchant si lamentano inoltre della poca dinamicita’ di Google nel permettere ai negozi di comunicare meglio con i clienti. Mentre Paypal fornisce addirittura un supporto alle modifiche grafiche e di marketing da inserire in fattura, Google Checkout a malapena permette di inserire il logo del negozio.

SCONTI E PROMOZIONI IL MARKETING DI GOOGLE PER CHECKOUT – E le commissioni chieste ai negozi? Aggressive da parte di Google, piu’ basse di un circuito VISA MASTERCARD e piu’ convenienti di Paypal, ma come gia’ detto, per i merchant non c’e’ problema a offrire Checkout o Paypal, e’ l’utente che sceglie.

Dare pertanto fino a $50 di bonus a chi comprasse con Checkout e’ stato per Google un passo quasi obbligatorio; in questo modo forzava l’adozione del prodotto da parte dei compratori, ma a costi piu’ alti.

E poco serviva scontare ai merchant l’uso di Adwords usando Checkout. Per un transato su Checkout pari a 10 volte quanto si spende in Adwords, Checkout e’ gratis per i negozi. Insomma, per 100$ di click, devi fare 10 vendite da 100$, oppure 20 da $50 al massimo. Senno si paga il 2% sul transato e comunque 20 centesimi di dollaro per vendita. Meglio di un circuito VISA o di Paypal, ma l’uso da parte degli utenti rimane comunque basso.

Infatti, dopo qualche mese, Google annuncia di inserire un loghettino grafico vicino agli annunci di Adwords che fanno uso di Checkout.

Dai merchant segnali positivi, ovviamente. L’etichettina Checkout che appare nella pubblicita’ di Adwords da’ un 23% di aumento nel click-through rate nelle campagne. E i clienti che usano Google Checkout convertono il 24% in piu’ rispetto agli utenti che usano il processo di acquisto standard (“e’ piu’ veloce, e’ piu’ semplice”).

MA LA SERP DI GOOGLE NON SI TOCCA – Insomma buone notizie, peccato che un elemento grafico terrorizzi i pensieri di Page e Brin, puristi da sempre della pagina di ricerca; quando si tratto’ di creare Adwords, se fosse stato per loro, non avrebbero mai affiancato alla search una linea di risultati “non naturali”.

E forse e’ meglio seguire altre strade piu’ complesse, come la Universal Search e portare gli utenti su ulteriori landing page piuttosto di viziare la pagina con un pericoloso precedente, ma questa strada e’ piu’ lunga e difficile e intanto Checkout affanna.

Ma c’e’ tempo. Perche’ Checkout per Google e’:

  • un sistema di pagamento online per utenti;
  • un sistema di transazione online per i negozi;
e questo lo sapevamo gia’, ma e’ anche:
  • il sistema migliore per avere merchant in Adwords;
  • il sistema che con Analytic potra’ convertire il mercato costo a click (CPC) in quello costo a vendita (CPA).

Eh si’, il sogno nel cassetto di Google Adwords e’ di poter avere milioni di prodotti e migliaia di merchant (cosa che oggi fa molta fatica a inserire e seguire), di scoprire come tracciare tutto con Checkout e Analytic e poi di dare a tutti la possibilita’ di usare questo sistema, chiamarlo Adwords 2 e sostituire ogni click possibile con un cpa equivalente, laddove la catena del valore sia sufficientemente controllata da parte di Google. La comunione avverra’ quando Checkout e Analytic saranno pronti e i clienti educati come si deve. Per ora non proprio.

Banking Crisis for Dummies

La crisi economica di questi giorni e’ sempre piu’ una discussione popolare.

Oggi, quasi tutti quelli che ho incontrato, me ne hanno parlato, parenti compresi. Le vicende sono quotidianamente trattate dai media e le domande sorgono da parte di tutti.

Quella ricorrente e’: “Perche’ c’e’ questa crisi?” e posta da chi fa la spesa al supermercato non trova una risposta di immediato accesso. Pertanto, dopo l’ennesima domanda di oggi, ho deciso di rispondere con un esempio molto semplice, for dummies, io stesso che sono dummy di finanza.

La versione da “Supermercato” della Crisi for Dummies.

Paolo fa un mutuo che vale 1, restituira’ 2.

Mario fa un prestito che vale 1, restituira’ 2.

La Banca di Paolo cede l’1 che avra’ alla Banca Centrale.

La Banca di Mario cede l’1 che avra’ alla Banca Centrale.

La Banca Centrale presta 2 a Sergio.

Poiche’ la Banca Centrale presta soldi futuri, paga interessi alla Banca di Mario e di Paolo. La Banca di Paolo avra’ 1,1 degli 1 prestati e la Banca di Mario 1,1 invece di 1. La Banca Centrale avra’ 3 da Sergio e paghera’ tutti i debiti (2,2) e guadagnera’ 0,8.

La vita e’ difficile, la benzina aumenta e Paolo non paga una rata e Mario non paga una rata. Allora i 2 di Sergio non esistono e la Banca Centrale chiede altri prestiti.

Anche la Banca di Paolo e la Banca di Mario chiedono prestiti per continuare a servire altri clienti in attesa che Paolo e Mario paghino e che la Banca Centrale paghi il suo debito che ritarda.

Quando Mario e Paolo non pagano come previsto e sono n utenti, il sistema va in crisi. Se le Banche chiedono e prestano troppi soldi per sorreggersi l’una l’altra puo’ succedere di non fidarsi piu’ di una Banca — visto che non restituisce i prestiti — e di lasciarla al suo destino: il fallimento.

Ma in maniera piu’ estesa, ecco il “Perche’ della Crisi delle Banche for Dummies”.

Quando fate un mutuo per una casa, un’automobile o un televisore, la banca applica un interesse alle vostre rate in funzione di quanto siete a rischio per i pagamenti delle stesse. Piu’ siete inaffidabili e piu’ alto e’ il tasso da pagare.

Per la banca e’ un successo se l’interesse stipulato e’ alto poiche’ essa guadagna piu’ soldi. E’ obiettivo di chi vi stipula un contratto accordarsi per poche rate, ma ancora meglio avere venduto con tassi alti. Avere rate con elevati interessi e’ praticamente il “core business” delle banche.

Negli ultimi anni il numero di mutui erogati e’ aumentato vertiginosamente includendo tra i clienti un bacino di utenti piu’ rischioso (e piu’ gradito), aumentando la media degli interessi erogati e pertanto i guadagni, ma di conseguenza, eppure meno importante, i rischi di poter recuperare le rate.

Addirittura, il fatto di non pagare una rata e’ un ulteriore guadagno, poiche’ alla fine pagherete di piu’  visto che ci sara’ un interesse ulteriore; e se non pagherete del tutto, be’ il bene e’ comunque liquidabile e non ancora vostro.

Nello stesso processo, appena la banca ha in mano il vostro mutuo, ne piglia il potenziale valore e lo investe oppure lo presta.

A chi li presta? Ma semplice! Li presta a voi, che chiedete un prestito per pagare il mutuo poiche’ le rate che avete accettato di pagare con i relativi interessi sono diventate nel frattempo troppo impegnative e non potete non pagare per i vestiti dei vostri figli, il pane per la vostra famiglia.

Alle banche tutto questo piace: saltate una rata del mutuo, pagherete di piu’, chiedete un prestito rischioso, pagate di piu’ del normale, ma i soldi non vi sono negati se in prospettiva potrete restituirli in qualche modo.

Ma come? Le banche prendono il vostro muto e lo vendono ad altre banche le quali prestano quei soldi alla stessa gente che chiede un prestito per il mutuo? Si’, e secondo Fannie Mae e Freddie Mac — da loro in America dipende l’erogazione dei mutui — tutto questo andava (molto) bene, anzi come dicono nei loro report “is safe and guaranteed“.

Tra i “guaranteed” c’e’ che il sistema bancario rivende ad altri il tuo “debito” non in una unica trattativa, ma in diverse forme, pacchetti di investimenti di varia natura economica e ovunque nel mondo, diminuendo i rischi di un vostro potenziale mancato pagamento.

Questo insomma funzionerebbe se non fosse che il vostro mutuo e il vostro prestito diventano pero’ insostenibili e le rate che non si pagano iniziano ad essere troppe da parte di troppi.

Cosi’ tante che le stesse banche incrementano il numero di prestiti tra loro stesse per coprire i rispettivi mancati incassi (“shortfalls”) trattando tra di loro con lo stesso intento di avere tassi alti il piu’ possibile (ricordate, e’ il “core business“).

Lehman Brothers non ha piu’ trovato prestiti perche’ nessuno si fidava piu’ della stessa e non voleva piu’ dargli soldi ed e’ fallita.

Il fatto reale e’ invece che i veri ad andare in shortfall sono proprio i clienti; la benzina sale, il costo della vita sale, il salario si adegua in modo piu’ lento ecc… E’ palese che il sistema strozza i clienti che alla fine non pagano.

Ora gli Stati Uniti e l’Europa (in modo diverso) tentano di comprare i vari “pacchetti” sporchi fatti dalle banche per eliminarli e garantire la copertura dei shortfalls piu’ evidenti, ma il punto chiave e’ che in realta’ si dovrebbe rivedere questi interessi e dire ai clienti che e’ possibile rifare il mutuo con tassi di interesse minori. Ma questo tocca il “core business“, non fa guadagnare nessuno e non si puo’ fare.

Se la Crisi Economia deve preoccupare tutti, la risposta e’ si’.

Una banca con meno soldi significa meno prestiti ai privati e alle imprese, meno possibilita’ di gestire la cassa da parte degli imprenditori e delle associazioni, piu’ necessita’ che senza contanti si debbano tagliare i costi e quindi i salari. Meno salari, significa meno pane e libri per le famiglie.

Ebay dice che deve tagliare dei costi (1,000 posti di lavoro) per poter continuare ad investire.

Google Vice President UK Dennis Woodside dichiara che in Google va tutto bene e che non soffriranno della crisi anche se i budget dovessero essere tagliati, nel senso che comunque cresceranno di piu’ degli altri media (e non vuol dire che non soffriranno). Un messaggio di circostanza e concreto nello stesso tempo, ma che lascia qualche dubbio.

Se quest’anno Google crescesse intorno al 15%, basterebbe per tranquillizare azionisti e media, abituati al 30% dell’anno precedente?

Dopo mesi di crisi, una minor crescita di Google verra’ letta correttamente, oppure verra’ pessimisticamente additata come una conseguenza inevitabile della crisi che pertanto perdurera’ e continuera’ a sfiduciare i mercati rimanendo sulle prime pagine di tutti i media?