Alessandro Bonzi blog - Internet e motori di ricerca

Mainly Internet business, but also life mysteries and videogames

USA +10% Online Advertising, -17% Carta Stampata; Video Ads boo!

IAB riporta che lo spending online per il 2008 (US) è cresciuto del 10,6% per un totale di 23,4 miliardi di dollari, mentre la Newspaper Association of America riporta un calo del 17% nella pubblicità raccolta dalla carta stampata (37,85 milardi di dollari), ma evidenzia un calo della stessa raccolta da questi ultimi per l’online pari all’1,8%.

Quindi una crescita dell’online non grazie alla raccolta della carta stampata per l’online. Anche se quel 10% di crescita totale dell’online è lontano dal 26% visto nel 2007, è comunque un segnale di tranquillità per l’online advertising, ma quale se non è quello dei portali di informazione?

In UK, dove per il 2008 Carta Stampata e Online Advertising sono entrambe al 19% dello spending totale (spesa online in UK 3,4 miliardi di Sterline), il 60% delle revenues on-line sono state prodotte dalla “search”, ovvero dal keywords advertising (“search marketing”) di Google, di Yahoo! e di MSN. E di sicuro la maggior parte di queste revenues sono imputabili al primo dei tre.

E se guardiamo alle nuove “sperimentazioni” dell’online, qualcosa che non sia search, non va bene. Nel report US per l’online spending si legge che “Video ADs advertising”, la pubblicità inserita nei video online, è cresciuta al 3% del total spending online (circa 700 milioni di dollari) dal 2% del 2007. E’ un dato interessante, ma solo perchè accompagnato dall’annuncio di Google del 27 Marzo di terminare la possibilità di fare pubblicità nei Video usando Adsense.

VIDEO ADVERTISING RIMANDATO – Per Google la pubblicità tramite Video non produce il ritorno atteso e ha costi di gestione e controllo qualità che non ne giustificano il margine. Probabilmente gli stessi “inserzionisti” non sono in grado di produrre Ads nel modo corretto per generare un ritorno adeguato. Dopo tutto nemmeno i banner Flash in Adwords stanno funzionando come previsto, per le difficoltà di realizzazione e utilizzo sui siti del network di Google.

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Eppure i video e la pubblicità negli stessi sono gli esperimenti per Google per “arrivare” a proporre una bozza di piano strategico per l’advertising sui media come la Televisione, uno scenario in cui utente, connessione e adwords possono diventare revenue anche per il primo media mondiale così come oggi lo sono per internet. A quanto pare il modello ha ancora bisogno di tempo e quale momento migliore  se non ora per rimandare qualche sperimentazione.

Televisione 1, Google 0

Dopo tutto, lo stesso ex CEO di Yahoo!, Terry Semel, proveniva da quello stesso mondo delle televisioni per approdare nel media on-line più grande del mondo e farlo sposare con il media più grande del mondo (offline). Arrivato in Yahoo! fece shopping del miglior Search Marketing sul mercato, Overture, per poi farlo sposare con il più grande Media già esistente, sperando in un matrimonio unico nel suo genere e un primo tassello per il futuro del media advertising. Fu così, ma Google fu più veloce.

Ma per Google è solo questione di tempo. Intanto per continuare a produrre un progetto di video advertising gli serve che funzioni l’adversiting di Adwords anche su altri media “intermedi” come il Mobile ad esempio (che va a nozze con il Local, il business della local search che prende sempre più forma), dei pre-modelli che poi possono evolvere verso il video. Deve funzionare il behaviour targeting che sta costruendo in Adwords e in Adsense (il 97% delle revenues del 2008 di Google, il 99% nel 2006), deve possedere un pò di utenti, dalla prima connessione all’ultimo click e deve saper scegliere qualità degli Ads senza che sia l’advertiser a suggerirgliela.

Con obiettivi a lungo termine come questi, è facile posticipare ora quello che non funziona, riprenderlo tra qualche anno e nel frattempo attraversare un periodo di massimizzazione del Search Marketing e integrazione dello stesso in Mobile e Local.

Tim Armstrong in AOL, lascia Google.

Tim Armstrong diventa presidente e CEO di AOL. Presidente delle operations nelle America di Google Inc, lascia la posizione dopo avere costruito il più grande team media mai creato in una società Internet.

IN GOOGLE DAL 2000 – Armstrong era entrato in Google nel 2000 e aveva da subito posto le sue indicazioni di successo nello sviluppo di un modello e prodotto di Ads, Adwords e Adsense, che ha poi fatto la fortuna di Google come ben sappiamo.

Fino al 2000 Google non aveva bene in mente se il modello di Ads dovesse essere a CPM o a Display Advertising tramite una piattaforma come Doubleclick.

GOOGLE PRINT, TV E AUDIO ADS – Però Armstrong è stato anche quello che ha seguito lo startup di progetti come Google Print, Google Audio (!!!) Ads e Google TV, tutti progetti che sono stati annunciati in chiusura da parte del gigante di Mountain View.

Inoltre in AOL troverà non solo Google come competitor, ma uno peggiore: Time Warner stessa (Time Warner possiede AOL), che in periodi come questi quanta libertà vorrà disporre ai budget del nuovo CEO di AOL?

 

BRIAN BERSHAD E IL DOPO WEB DI GOOGLE – Intanto Google, per conto di Brian Bershad, una mente tecnologica uscita dalla “University of Washington” e in Google dal 2007 annuncia che la difficoltà di Google è ora quella di cercare e indicizzare tutti quei dati che non sono accessibili liberamente come invece lo è il web e che questa seconda fase sarà per Google di gran lunga più difficile rispetto ad un “semplice” indicizzare il web, che è libero e disponibile per tutti.

Farsi dare i dati dalle persone e dagli utenti è la cosa più difficile, meno di doverle poi organizzare.

Nello stesso tempo in Google è sempre estremamente attuale la discussione sui cambiamenti della SERP, la pagina dei risultati di ricerca.

Ad esempio, tempo fa dopo lunghe discussioni si volle cambiare la scritta indicante la pubblicità di Adwords in rosso, in modo di attirare maggiormente l’attenzione della gente e aumentarne i click e quindi le revenue.

Le revenue aumentarono, ma poi si scoprì che benchè la gente cliccasse di più, le persone, con il passare del tempo, osservavano di meno gli ads sponsor, deteriorando quindi la user experience. 

Gli ads sono tornati blu.

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FLICKR DI YAHOO!, FINALMENTE IL GIOIELLINO TORNA A CORRERE – Ma quello che mi ha stupito di più in positivo oggi è finalmente vedere che il piccolo gioiello in casa Yahoo!, Flickr, il sito di upload foto di yahoo!, mai integrato come si deve negli altri servizi di quest’ultimo, forse per paura, forse per incapacità, permette finalmente (un timito) upload di Video! E ci voleva tanto? Flickr è veramente molto carino e soprattutto molto facile da usare, più di Picasa ad esempio, e spesso nell’account Pro offre una serie di caratteristiche di indubbia validità, ma da anni Flickr era immobilizzato da un “strana” aurea negativa portata dall’acquisizione di Yahoo! e da lunghissime discussione di integrazione mai giunte a buon fine.

Google: “questo sito potrebbe arrecare danni al tuo computer”.

Curioso bug nei client di Google. Oggi alcune versioni per ogni risultato di ricerca Web indicano il messaggio “Questo sito potrebbe arrecare danni al tuo computer“, un avviso “amichevole” creato da Google per avvisare dell’accesso verso quei siti che ospitano link diretti a file che se eseguiti potrebbero intallare spyware o altro.

In pratica ogni risultato e’ un sito malvagio, secondo la serp di Google, un bug curioso che intanto non permette di navigare se non… utilizzando altri motori di Ricerca, Yahoo! o Live di Microsoft. Che sia una nuova strategia per togliere utenti dal colosso di Mountain View?

Peccato, non lo e’.

Morto Google Print ADs: 0,5% di conversione invece del 2% atteso.

Muore Google Print ADS, il servizio di Google nato qualche anno fa che permetteva agli inserzionisti di apparire con le pubblicità sui quotidiani locali e non sparsi per US (800 circa).

L’idea che infastidiva parecchio gli editori nazionali americani consisteva nel far mettere annunci la cui risposta dei lettori sarebbe avvenuta tramite contatto telefonico, un numero telefonico gestito da Google che permettesse a quest’ultimo di calcolare un potenziale ROI (e costo a telefonata) delle campagne dei clienti e aggiustare pertanto il costo nel tempo.

Nelle stesse prime fasi di Google Print, la conversion rate attesa da Google (e forecastata) era del 2%, ovvero su 100 lettori che guardavano la pubblicità sui quotidiani, almeno 2 avrebbero telefonato al cliente.

Invece, da subito, la percentuale si è stabilizzata intorno allo 0,5%, quattro volte meno di quanto atteso, un risultato che ha deluso Google e una percentuale di poco cambiata negli ultimi due anni (benchè il costo per gli inserzionisti sia salito comunque) tanto da inserire Google Print nel cimitero dei progetti, insieme a Lively, Google Video, Catalogue Search (la possibilità di indicizzare gratuitamente cataloghi cartacei), Jaiku, e altri progetti mai divenuti dei business model sostenibili.

Se Google avesse indagato un pò di più, avrebbe scoperto che quello 0,5% di conversione è già nei modelli di business dei pay-per-call, dove spesso l’1% è il massimo raggiungibile, salvo che le pubblicità agli utenti divengano invasive e nazionali con GPR elevatissimi.

Sta di fatto che fino ad oggi tale mercato non era ancora stato misurato. Ora Google (e noi altri) abbiamo dei parametri nuovi da usare nella direzione di un business simile.

La fase di Google del taglio dei costi indispensabile in questo periodo di riduzione di crescita è iniziata con la chiusura di 1000 contratti esterni e ora di 100 posti di lavoro per le persone a carico di questi progetti, ma per quello che si legge in giro è sicuramente una delle minori riduzioni di personale da parte delle .com.

Medaglie opache e tara del web, Google monopolio che uccide.

Abbiate un pò di pazienza, ma questo post è l’introduzione di uno scenario catastrofico del web nostrano. Voglio precisare che indipendentemente da quello che sto scrivendo, credo parecchio nelle iniziative locali, ma questo post descrive un problema di uno scenario molto più attuale di quanto possa sembrare, difficilmente percepibile per chi è utente di internet e non operatore.

UNA MEDAGLIA CHE FA BRILLARE – C’è una medaglia che brilla in fronte a tutti noi, è Google. E’ il motore di ricerca che usate di più, è quello migliore, è quello che vuole cambiare il mondo in meglio ed è quello che fa sembrare il Web più bello, che inventa la mail più veloce del mondo, rivoluziona le mappe on-line e moltissime altre iniziative.

Google e’ veramente una medaglia d’oro, lucida e scintillante. Per gli utenti è il miglior sito dell’anno, ogni anno. Ha il numero di utenti più elevato d’Italia e non fa trucchi ed inganni per tenersi gli utenti.

Chiunque vorrebbe avere a che fare con un’azienda di questo genere, rende migliori le cose, fa il web.

Nello stesso momento il luccichio di Google risplende su milioni di altre lattine sparse nel web. Google Adsense (e la Search come business in generale) è atterrato su tutte le pagine di quel web agonizzante del post-bolla anni 2000 e ha portato quei soldi che han permesso a tanti di rifondarsi e ricostruirsi.

Per molti, quasi per tutti, la Search di Google e Adsense sono stati il vero “boom” di internet, il vero business che giustificava i progetti virtuali decantati dal Web 2.0, dal behaviour marketing, l’idea di poter avere un business model dietro ai social network, un e-commerce 2.0 in cui tutti possono vendere e diventare merchant, il blog re-inventato per tutti, le directory di siti con PR elevato. Anche Virgilio e Libero e tutti gli altri fanno parte di questa valle illuminata dai soldi della Search.

Per chi non ha visto la Search da dentro, non è per niente facile conoscere il valore dell’apporto finanziario che può dare e chi lo conosce non ne parla per paura di svelare il grande segreto del loro successo. Se vi dico che per ogni click generato in uscita dal vostro sito potete guadagnare sempre indistintamente almeno 10 centesimi a click e se vi dico inoltre che per ogni pagina web che mostrate almeno 1 utente su 5 cliccano con certezza, allora il business è presto stimato.

Il “sempre e indistintamente” è merito di Google: Natale o data che sia, il click è garantito, metiro delle tecnologie di Google e della quantità enorme di clienti a sua disposizione. Nessuno può garantire questo approccio meglio di Google e il valore del click è al minimo di 10 centesimo di euro, per alcuni settori fino anche a cinque volte tanto. E questo è per l’Italia.

Quando milioni di pagine Web italiane hanno scoperto Adsense, piano piano hanno abbandonato i vecchi network pubblicitari per lasciare più spazio possibile a Google.

Meglio di così che si vuole? “Metto una tag singola e guadagno soldi subito, devo solo scoprire come fare ad aumentare le pagine viste e magari anche i click sugli annunci di Google e posso dedicarmi ad altro” è il pensiero comune di tutti quanti.

Durante questa fase di idilliaco guadagno dal 2000 ad oggi, ogni sito si auto ri-fonda “Web 2.0” come per dimostrare che il merito dei guadagni non e’ solo merito di Google. Era il modo per purgarsi del vecchio Web, quello brutto e senza spessore, quello dei dialer o dei layer con i banner nascosti o dei pop-up “scarica la suoneria”. Ora c’è quello nuovo, quello con il quale si dice di fare behaviour marketing, Social marketing, Social networking, Added Value, Online Gaming, Chatting Business, Foruming, Blogging.

Colpa di Google, a lui tutto questo piace. Nessun webmaster in realtà riesce a creare del vero added value. Lo scopo di tutti è accomodare Google Adsense. Nel frattempo Google diventa il numero 1 in Italia, un monopolio che controlla il 90% degli utenti italiani e il 90% delle pagine viste e la loro forma di Business.

Ho visto pagine di negozi online riempirsi di Adsense persino sul carrello della spesa, in home page, ovunque, un deprecabile web di provincia destinato presto a perdere utenti fedeli a favore di Google, pagine create apposta per mostrare adsense in tutte le forme, menù che fanno a finta di farsi cliccare sugli hotspot pubblicitari di Google che vengono scambiati per opzioni, layer nascosti per farti cliccare sulle pubblicità (se non per generare click automatici) e pagine il cui contenuto non esiste se non per un titolo da far leggere a Google e 20 annunci pubblicitari in attesa di un click da parte di un utente disperato giunto in quella pagina (allego la pagina di un sito americano per non offendere nessuno qui in Italia, ma non siamo molto lontani da quello scenario).

Ora succedono due cose.

Del Web 2.0, a Google proprio non interessa. Del “tuo” web 2.0 ovviamente, del suo sì e parecchio. Non gli interessa nemmeno il tuo “motore di ricerca”, il tuo “blog” o il tuo “sito di e-commerce” con le opinioni degli utenti. Gli interessano i tuoi spazi, ma appena quegli spazi sono fastidiosi per i suoi clienti, il tuo sito verrà declassato, Adsense apparirà di meno, se non sparirà del tutto, il tuo guadagno scende lentamente e il tuo sito torna al Web 1.0.

Visto che lo sguardo di ognuno e’ quello di massimizzare le pagine viste in favore di Google, ora che Google ha finito di massimizzare la quantità, il colosso passa a volere quantità e nessuno e’ pronto; pertanto all’attacco, morte ai siti che non sono “Added Value”.

E improvvisamente migliaia di pagine diventano “povere”, perdono Google Adsense, perdono revenue. Le stesse pagine smettono di fare Web 2.0, non c’è più il social, il blogging e il chatting. Forse non c’erano mai stati.

E ora arriva la crisi. Da un problema apparente solo di Wall Street, la crisi ora e’ magicamente apparsa nei budget del 2009 e nei costi da tagliare. Taglio dei costi, ottimizzazione dei Budget, massimizzazione dei progetti reditizzi, eliminazione delle “baggianate”. “Il Web 2.0? Meglio un banner venduto in più in Home Page”. “I social behaviour e marketing project intrapesi? Ora in stand by, intanto miglioriamo le revenues dalle mailing list”. “Devo fare il profilo degli utenti? Aspetta, prima chiama i clienti per massimizzare ogni tipo di opportunità gia’ in corso, non aggiungiamo nuovi business incerti…” le frasi più comuni degli ultimi tre mesi.

Il rovescio della medaglia di Google è il monopolio che ha creato, un monopolio di utenti e pagine viste; un flusso di revenue che scompare dalla mattina alla sera a suo piacimento in nome di una qualità chiamata “Added Value” che Google cerca nelle pagine Web ma che è a totale discrezione del colosso di Mountain View. 

Non è added value un motore di ricerca, ad esempio. Pertanto, se inventi un nuovo motore di ricerca, magari geniale per la ricerca di immagini o per il web, Google ti declassa in quanto “c’è già un motore di ricerca migliore del tuo, perchè la gente dovrebbe usare il tuo se puo’ usare Google?”.

Se fai un servizio di mail, invio messaggi, file storage remoto, la risposta di Google e’ “perchè mai la gente dovrebbe usare quel servizio? c’è già quello di Google ed e’ meglio” e vieni declassato.

UNA MEDAGLIA CHE RENDE OPACO – Con questo criterio del “Se può farlo Google, non è added value”, il Web 2.0 è praticamente destinato a inventare solo quello che Google non inventa.

Se per gli utenti Google e’ splendente, per parecchi operatori sul Web, Google e’ l’altra faccia della medaglia, è un monopolio, un monopolio che uccide, che decide le regole, che non permette alternative, che soffoca l’innovazione e la concorrenza e indebolisce il nostro mercato.

Da una parte luccica, dall’altra uccide e non ci sono alternative.

Gia’… alternative. Non ce ne sono.

UNA TARA PER LA PUBBLICITA’? NON C’E’ – Benche’ Google decida da solo le regole pubblicitarie del proprio network e stabilisce quali siano i modelli di business da promuovere (senza conoscerli nei dettagli), non ci sarebbero problemi se si venisse rifiutati e ci fossero delle alternative. Anche per la Televisione, il mio spot non viene accettato in prime time per motivi di “brand” e “appealing”, pertanto posso pagare anche di piu’ di Telecom, ma e’ probabile che il mio spazio sia dopo le 22 o prima dell 19, ma non alle 20.00 dopo Gerri Scotti. E’ una sorta di regolamentazione sulla qualita’ decisa dai network televisivi. Ma per la televisione la “tara” di qualita’ degli spot e’ controllata da associazioni anche indipendenti e comunque il mercato e’ diviso in 2 (se non gia’ in 3 oramai da noi) e un monopolio non esiste.

La “tara” dei siti che invece stabilisce Google e’ insindacabile e tendende alla concorrenza sleale. C’e’ poco da fare, e’ un monopolio e le sue decisione sono troppo influenti per il mercato da non potersi muovere come vuole. Eppure lo fa.

Perche’ se per le Televisioni o per la Carta Stampata, la “tara” della qualita’ e’ controllata, per il web non c’e’ nessun controllo? In entrambi i casi e’ uno spot commerciale, che cosa c’e’ di diverso? La risposta e’ semplice. Il mercato e’ debole, troppo giovane e troppo piccolo; non produce standard perche’ c’e’ troppo poco business e non giustifica associazioni private indipendenti per il controllo dell’etica. Il Monopolio non lo fa crescere.

Con questo e con la crisi, è il Web 2.0 a defungere. E non è un bene. Benchè possa sembrare “etico” che Google elimini i siti senza “Added Value”, in realtà la decisione è insindacabile da parte di Google e spesso discutibile (vedi il penalizzare un “motore di ricerca”) e sta bloccando un Web fatto di progetti, iniziative, attività, business che produce economia e innovazione.

Se Internet fosse più maturo, probabilmente non saremmo in questa situazione. Ma si sa, e’ l’Italia, il paese in cui si spende online nove volte meno di un inglese, quattro volte meno di uno francese e di uno tedesco.

Esperimenti nella Serp di Google, Post di Blog e Forum promossi troppo?

Mentre il social networking, le cloud application e le community wiki diventano sempre più tema di discussione e di analisi, la search, intesa come il fatto di dare risultati di ricerca dopo avere immesso una qualunque parola chiave, sembra venire messa da parte come se fosse un’applicazione “data per assoldata” e “matura”.

Anni fa Yahoo! fece più o meno la stessa considerazione.

ESPERIMENTI NELLA SERP DI GOOGLE SEMPRE PIù POPOLARI – Per Google non sembra proprio così, invece. Ci sono alcuni esperimenti che già avrete notato nella SERP degni di qualche commento, e ci sono alcune osservazioni complessive sull’approccio alla qualità di Blog e Forum da considerare più approfonditamente.

Avrete notato che su alcune pagine di ricerca di Google appare ora la possibilità di eliminare un risultato di ricerca dalla propria Serp, di indicare a Google che dovrebbe occupare una posizione più elevata e di lasciare commenti come se ci si trovasse in un wiki (la piattaforma stile wikipedia per intenderci).

Tutto questo verrà pesato da Google nelle prossime settimane per stabilire se le informazioni raccolte devono rimanere a livello di browser, di utente, o di universo se fosse il caso di aggregarle e renderle di dominio pubblico. Dopo tutto la licenza che si accetta con Google permette tutto questo.

Se la search siamo noi è una delle domande a cui Google sembra dare risposta con questo esperimento.

TROPPI BLOG E TROPPI FORUM PROMOSSI DA GOOGLE – Ma nello stesso tempo c’è un fattore organico di qualità nei risultati di ricerca che a mio avviso dovrà essere mitigato da parte di Google, se non modificato. C’è la tendenza di promuovere oltre modo i messaggi dei forum, i post dei blog e le pagine di commento sui siti web, piuttosto di promuovere siti ufficiali, pagine di specifiche tecniche anche vecchie o semplicemente descrizione di servizi o prodotti. C’è la tendenza a promuovere la “freschezza” dei risultati dei post alle pagine “vecchie” dei siti più commerciali e autoritari.

Non è facilmente replicabile, ma se cadete in una di queste ricerche, vi assicuro che la vostra “experience” di ricerca diventerà pessima, anche perchè la qualità grafica e la chiarezza dei forum è spesso minima e quasi sempre il post non è immeditamente identificabile. Per i blog, bè, è chiaro che se il blog è generico, intorno al vostro post da leggere troverete parecchie informazioni e collegamenti di altri argomenti poco interessanti e avrete pertanto la sensazione di essere in un sito poco rilevante e comunque poco specifico sull’argomento che cercate.

Qualcuno classifica anche gli stessi post dicendo che un messaggio con più risposte verrà promosso in modo migliore da parte di Google. Google non dice nulla al proposito, per la cronaca. Questo tipo di classificazione è come stabilire che “più si parla e più è rilevante il messaggio legato all’oggetto della discussione”, ma James Surowiecki dice nel suo libro “Wisdom of Crowds” che quantità significa qualità solo in determinate e chiare condizioni spesso non presenti nelle discussioni e nei gruppi di persone “generici” (vedi qui per alcune considerazioni sui social network). Pertanto la probabilità che un post con parecchi commenti sia di minor qualità di un post senza risposte è elevata se pensiamo ad Internet e in questo momento tale fattore sembrerebbe essere ignorato (per questo motivo ritengo che Google non possa pesare i post in base al semplice numero di risposte se prima non trova un modo di classificarne l’utenza).

Se la search saremo noi, allora presto Google potrà stabilire quando un loro esperimento starà dando buoni risultati e risolvere velocemente i degradi di qualità dei risultati come quello dell’esagerata promozione dei post dei blog e dei post dei forum nelle pagine di ricerca di alcune situazioni odierne. Alcune analisi saranno sempre e comunque di Google perchè sono i numeri a dargli le risposte, però uno di quei numeri da oggi siamo noi.

Google Quality Score, altri due piccoli cambiamenti al sistema di ranking.

A pochi mesi da estesi cambiamenti, Google annuncia nuovi cambiamenti negli algoritmi del Quality Score.

Per chi non lo sapesse, Il Quality Score è uno dei coefficienti utilizzati da Google per stabilire il costo del click della pubblicità comperata su Google.

DUE CAMBIAMENTI PRINCIPALI NEL QUALITY SCORE – Il primo cambiamento riguarda un problema del precedente algoritmo che premiava troppo chi stava in prima pagina e troppo poco chi stava nelle pagine successive. Quello che succedeva era che Google ti penalizzava se un tuo messaggio pubblicitario riceveva troppi pochi click rispetto alla media, ma non teneva conto del fatto che scivolando in posizioni sempre meno elevate, i click diminuiscono per motivi non solo matematici (per motivi ad esempio di “similitudine” con altri ads o “deja vu” da parte degli utenti di url o messaggi simili). Pertanto aspettandosi un numero di click maggiore di quello effettivo, il quality score penalizzava ingiustamente gli ads oltre alle prime pagine. Non penso Google abbia risolto questo problema di difficile misurazione, ma è comunque un primo passo verso una giustizia più ampia.

Il secondo cambiamento riguarda gli ads “buoni” che vogliono pagare comunque pochi centesimi a click. Secondo Google questi annunci vanno premiati; secondo un sistema di pull a totale discrezione di Google, essi vengono di tanto in tanto incrementati dalla posizione attuale ad una superiore, anche fino in prima pagina. Una specie di verifica “temporanea” della bontà dell’annuncio che, se positiva, potrebbe portare ad un migliore click through rate (CTR), a miglior conversione lato cliente e pertanto ad un futuro costo a click pagato dal cliente più alto. L’elezione del candidato da premiare potrebbe basarsi sugli stessi sistemi con cui Google decide di riproporre in posizioni più alte keywords o annunci senza traffico o declassati. Il sistema si basa sui “noti” parametri di account, ovvero numero di keywords buone per url, per account e per annuncio, numero di inserzionisti per keyword e ricalcolata rilevanza della landing page. Maggiore in numero tali elementi sono “Eccellenti” e più ci sono probabilità di ripescaggio. Pertanto in una campagna di 10 annunci per un sito web, se uno di questi dovesse finire lontano dalla prima pagina, è possibile che Google lo riposizioni per qualche tempo in prima pagina e rivalutarne il quality score, correggendo un punteggio precedentemente sbagliato se necessario.

SEMPRE PIU’ PROBLEMI SUL CONTROLLO DELLA QUALITA’ DEGLI ANNUNCI – Uno dei problemi di Google è oggi quello della qualità delle inserzioni.

Poichè è facile creare campagne e annunci in Google e poichè il sistema generalmente li pubblica immediatamente, parecchi annunci sono spesso creati per guadagnare traffico da keywords targhetizzate volutamente in modo poco rilevante e a basso costo a click.

Tali annunci sono di conseguenza poco rilevanti, ma generano comunque discreti volumi di traffico. Quando essi appaiono sui partner di Google, spesso questi si lamentano. Messaggi poco rilevanti creano una pessima user experience e degradano la percezione di serietà del sito da parte degli stessi utenti.

PREVENZIONE PER UNA QUALITA’ MIGLIORE – I continui cambiamenti sul Quality Score da parte di Google servono a controllare meglio i comportamenti di annunci poco rilevanti, a prevenirne velocemente la pubblicazione e nel caso peggiore a buttarli subito in fondo alla lista di inserzionisti.

La coda di annunci è oramai così ampia che Google si può permettere di non far mai andare offline nessun annuncio – dal 16 settembre 2008 è così -, anche quando esso sia irrilevante: i pochi click che esso riceve non danneggia (quasi) nessuno.

Ma il controllo di questi annunci non è ancora sufficiente e le lamentele crescono. Poichè Adsense in primis è il sistema di monetizzazione più ampio al mondo (di internet), problemi di qualità che anni fa erano tollerati (si preferiva guardare ai soldi) oggi diventano invece fastidiosi.

La stessa qualità che Google pretende da tutti, ora è pretesa anche dai publisher più piccoli. Mi aspetto presto altri interventi sul Quality e sul sistema di publishing degli annunci di Adsense, block list più veloci per i publisher e controlli di rilevanza sempre più veloci. Dopotutto lo spider di Google passa sempre più velocemente sulle pagine di ogni sito; può farlo benissimo anche quello di Adwords.

Halloween 1 – Tutti i Santi 0

Un (brutto) logo pagano sulla home page di Google.it, che appare un pò si’ e un pò no su Google.com per problemi di replicazione di dati a quanto pare, per ricordarci come il mondo di internet sia ateo, freddo e “user generated content“.

Certo domani non mi aspetto un logo per celebrare invece il significato cattolico e gioioso del 1° Novembre; purtroppo non è una festa americana, non è nemmeno per tutti, è “solo” un valore di pochi e quanto meno per “internet”.

ACCORDO AAP – GOOGLE PER I LIBRI – Nello stesso momento Google compra la causa da parte dalla AAP, l’associazione che tutela i diritti degli autori di libri in America, e la rivende alla stampa come un accordo da 125 milioni di dollari per l’indicizzamento di tutti i libri che vogliano apparire in Google. O forse è stata la stampa a raccontarla in modo più piacevole per Google. Fatto sta che milioni di libri appariranno in Google.

DEAL YAHOO – GOOGLE AL TERMINE – Rumori intanto parlano dell’accordo tra Google e Yahoo! e del possibile abbandono dello stesso da parte dei due colossi. Forse il dipartimento americano dà ragione a Microsoft e di certo non sta sbagliando.

GOOGLE SPINGE IL LOCAL – Quello che è certo è invece quanto Google voglia investire sul local ancora di più e su tutte le attività di geo targeting, sui servizi locali e il local advertising.

In effetti questo è un prodotto che funzionerebbe bene in Maps, in Mobile e G1 e nella search con Adwords, quest’ultimo ancora l’unico prodotto con cui Google produce fatturato, e gli utenti sembrano poterne gradire l’utilizzo, finalmente.

HALLOWEEN 1 – TUTTI I SANTI 0 – Però domani vorrei poter non vedere il logo di Halloween per il mio 90% (quanti sono gli utenti internet che cercano con Google in Italia) di ricerche sul web. Già Papa Gregorio, per combattere la concorrenza di una festività celtica sempre più popolare e sempre più pagana spostò la festa cattolica dei morti dal 13 Maggio al 1 Novembre. Non credo che Papa Benedetto XVI oggi abbia tra i punti in agenda quello di “dare un messaggio alle 20 milioni di persone che vedono un logo pagano sulla home page di Google”. Eppure vorrei tanto vedere un logo di Tutti i Santi sulla home page dei siti che uso di più.

Lo vorrei davvero.

Buona festa (di Tutti i Santi)!

Google Burattinaio di Yahoo! e Shopping.com

C’e’ qualcosa che mi preoccupa di piu’ della Recessione Economica di cui tanto si tenta di non fare allarmismo, eppure Repubblica e il Corriere titolano a grandi colonne lo stesso titolo nella stessa edizione le dichiarazioni di allarme di Marco Draghi che oggi continua dicendo: “La crisi colpirà le famiglie”.

QUARTER DI YAHOO, SEARCH IN CALO – Yahoo! ha annunciato il suo Quarter. Buone — quasi inattese — le revenues da parte di Search Marketing (la search) anche se gli obiettivi erano stati ridotti  nei quarter precedenti, mediocri i segnali dati dal display advertising — ci si aspettava di più –, e tutti in attesa del profittevole deal tra Yahoo! e Google — quei $800m –.

Eppure l’accordo Y!-Google e’ ancora fermo, il governo e l’anti-trust chiedono ( anche Microsoft come dico qui ) piu’ tempo per le verifiche e intanto il tempo passa.

YAHOO LICENZIA – Yahoo! inoltre annunciera’ dei licenziamenti. Licenziamenti si’ anticipati ad inizio anno, ma che ora aumentano a un numero di parecchio oltre il migliaio, circa 1500 persone. Qualche giornalista italiano grida che e’ colpa della “recessione”; in realta’ la recessione e’ solo un fiammifero sul fuoco di Yahoo!.

Oggi sembra fare sicuramente piu’ gola l’offerta di Microsoft piuttosto che l’accordo con Google sulla Search. Personalmente preferisco uno Yahoo! autonomo, ovviamente, ma Ballmer insiste.

GOOGLE UN TROJAN HORSE – La mia preoccupazione e’ che uno Yahoo! agonizzante non faccia piu’ concorrenza a Google. Google ha solo vantaggi a far partire l’accordo con Yahoo!, di revenues e di “collaborazione”. In realta’ Google e’ un trojan horse, a meno che Yahoo! chieda a Google sottobanco un 20% in piu’ di traffico dalla search algoritmica, per fare andare di piu’ il Display Advertising, tenere Yahoo! lontano da Ballmer e dare del tutto la search a Google.

Ma Google ha gia’ fatto un morto.

SHOPPING.COM DI EBAY IN DIFFICOLTA’ – Ecco che cosa dice Shopping.com (societa’ di eBay) per il suo Q3: “Our online comparison site, Shopping.com, was significantly impacted by changes made by search engines that disrupted shopping’s traffic this quarter. This business decelerated sharply in Q3, impacting marketplace’s revenue growth by about a point” e continua dicendo che per almeno 3 Quarters (9 mesi) tale declino non si recupera (Souce eBay Q3).

“Search engines” dicono, per non scrivere “Google”.

Per recuperare parte della perdita, Shopping.com annuncia di non accettare piu’ “merchants”. Ma come? Basta clienti? E’ come se il supermercato non accettasse piu’ fornitori! Come se Yahoo! non accettasse piu’ clienti! Eppure avrebbe un senso: con il crollo del traffico, il click da dare ai clienti sono diminuiti ed e’ meglio mandarli su meno merchant e che magari paghino di piu’.

Infatti, Shopping.com ha anche annunciato di alzare i bid minimi di categoria; vuol dire che per entrare si deve pagare di piu’. Shopping.com e’ un motore di ricerca a confronto prezzi che fa pagare a click.

GOOGLE LA CAUSA – E la mia preoccupazione? E’ che tutto questo dipende da un solo attore, Google, lo stesso che vuole farsi amico Yahoo!, ma che invece sta lentamente mettendo in agonia; lo stesso che dipinge Microsoft come il sith di internet (e’ vero, ma e’ un Sith anche Google quando si parla di soldi e Jedi in tutto il resto che non fa soldi). Chi e’ un Sith? Un essere malvagio.

Perche’? Perche’ e’ Google a togliere il traffico ai partner di Yahoo! – e quindi ai clienti di Yahoo! – e a Shopping.com. Lo toglie secondo questo semplice piano sith: “Tu hai dei clienti che invece possono stare su Adwords e non da te? Ci penso io, tu non piaci e ti tolgo da Adwords — Ci vuoi stare lo stesso? Allora paga molto di piu’ perche’ sei brutto”.

La mia preoccupazione non e’ che Google stabilisca regole di qualita’ insindacabili e scorrette, ma che nessuno possa essere l’alternativa a Google per fare advertising.

Yahoo!, search in eliminazione e display rallentato. Ebay, shopping.com massacrato. Microsoft, piagnucolosa senza soluzioni nella search.

Who next?

Google Checkout, il sistema di pagamento di Google.

Google Checkout e’ il sistema con cui Google permette ai negozi di vendere prodotti online e nello stesso tempo permette agli utenti di fare acquisti online. Nato nel 2006, entra subito in competizione con il leader Paypal di eBay, ed entrambi oggi affiancati anche da Amazon Checkout.

Tutti e tre i servizi permettono di vendere prodotti in cambio di una fee fissa e di una percentuale sul venduto, e la battaglia tra i tre e’ proprio sulle commissioni e gli incentivi dati agli utenti.

Ma dopo due anni a che punto e’ Google Checkout?

PAYPAL SEMPRE LEADER – Al Q1 del 2008, negli Stati Uniti, il 55% degli shoppers online utilizza Paypal, contro un 6% che usa Google Checkout e un 7% che usa Amazon Checkout. Piu’ della meta’ che ha usato tutti e tre i sistemi dice di preferire Paypal (57%), ma l’83% preferisce comunque usare la propria carta di credito e nessuno dei sistemi indicati (Source: JPMorgan Internet Team 2007 Consumer Survey)

Limitandoci solo ai Merchant, i negozi che offrono sia Paypal sia Google Checkout riportano che senza promozioni il 5% usa Google Checkout, mentre il 10% usa Paypal.

Di principio, per i merchant proporre agli utenti uno o l’altro sistema non e’ un problema, se l’utente vuole pagare con un certo sistema, il negozio si adegua e lo implementa.

Nel periodo natalizio del 2007, in UK Google Checkout offriva bonus da $10 a $50 per chi utilizzava Google Checkout, una campagna di marketing aggressiva che porto’ il sistema del gigante di Mountain View a superare Paypal per il mese di Dicembre 2007. Ma appena terminata la promozione, Paypal torno’ ad essere il piu’ utilizzato.

ANCHE GOOGLE POCO SODDISFATTO – Insomma, pochi dati di diversa interpretazione per un prodotto giovane e da poco adottato, ma ci sono altri segnali da considerare.

Nel report 10-Q per il Q12008 di Google Checkout, Google dice “we are incurring significant costs and expenses to support our Google Checkout product and promote its adoption by merchants and consumers […]”. I costi di adozione di Checkout presso i merchant e presso gli utenti sono sicuramente stati sottovalutati da Google. Da notare che nel report di Google per il Q3-2008 appena rilasciato, di Checkout non si parla nemmeno.

Marketing piu’ costoso del previsto, promozioni piu’ aggressive del previsto, Amazon nuovo competitor e Paypal che rimane saldo al comando. Certo. Ma anche piu’ responsabili che seguissero i Merchant, e non funziona solo mandare e-mail; i negozi online fatto attivita’ di logistica, packaging, selezione e spedizione prodotti, gestione degli approvigionamenti e dei clienti, non ci sono solo bit per loro e non si gestiscono come delle agenzie e la competenza marketing richiesta e’ diversa sia per Google che per i merchant stessi.

CON I MERCHANT PARECCHI ERRORI – Nel 2006, prima che Checkout fosse presentato ufficialmente, Google testo’ con qualche decina di merchant americani l’adozione del prodotto per verificare che cosa comportasse utilizzare un processo di checkout in Google piuttosto che sul negozio stesso e l’80% dei merchant rispose di non volerne sentire di Google Checkout.

Gli errori di Google a quel tempo furono molteplici, ma principalmente la diffidenza dei merchant ad un posizionamento d’offerta arrogante e di volere essere Google stesso un merchant come ad esempio non dare i dati dei clienti che facevano acquisti.

Per tutto il 2007, parecchi merchant si lamentano inoltre della poca dinamicita’ di Google nel permettere ai negozi di comunicare meglio con i clienti. Mentre Paypal fornisce addirittura un supporto alle modifiche grafiche e di marketing da inserire in fattura, Google Checkout a malapena permette di inserire il logo del negozio.

SCONTI E PROMOZIONI IL MARKETING DI GOOGLE PER CHECKOUT – E le commissioni chieste ai negozi? Aggressive da parte di Google, piu’ basse di un circuito VISA MASTERCARD e piu’ convenienti di Paypal, ma come gia’ detto, per i merchant non c’e’ problema a offrire Checkout o Paypal, e’ l’utente che sceglie.

Dare pertanto fino a $50 di bonus a chi comprasse con Checkout e’ stato per Google un passo quasi obbligatorio; in questo modo forzava l’adozione del prodotto da parte dei compratori, ma a costi piu’ alti.

E poco serviva scontare ai merchant l’uso di Adwords usando Checkout. Per un transato su Checkout pari a 10 volte quanto si spende in Adwords, Checkout e’ gratis per i negozi. Insomma, per 100$ di click, devi fare 10 vendite da 100$, oppure 20 da $50 al massimo. Senno si paga il 2% sul transato e comunque 20 centesimi di dollaro per vendita. Meglio di un circuito VISA o di Paypal, ma l’uso da parte degli utenti rimane comunque basso.

Infatti, dopo qualche mese, Google annuncia di inserire un loghettino grafico vicino agli annunci di Adwords che fanno uso di Checkout.

Dai merchant segnali positivi, ovviamente. L’etichettina Checkout che appare nella pubblicita’ di Adwords da’ un 23% di aumento nel click-through rate nelle campagne. E i clienti che usano Google Checkout convertono il 24% in piu’ rispetto agli utenti che usano il processo di acquisto standard (“e’ piu’ veloce, e’ piu’ semplice”).

MA LA SERP DI GOOGLE NON SI TOCCA – Insomma buone notizie, peccato che un elemento grafico terrorizzi i pensieri di Page e Brin, puristi da sempre della pagina di ricerca; quando si tratto’ di creare Adwords, se fosse stato per loro, non avrebbero mai affiancato alla search una linea di risultati “non naturali”.

E forse e’ meglio seguire altre strade piu’ complesse, come la Universal Search e portare gli utenti su ulteriori landing page piuttosto di viziare la pagina con un pericoloso precedente, ma questa strada e’ piu’ lunga e difficile e intanto Checkout affanna.

Ma c’e’ tempo. Perche’ Checkout per Google e’:

  • un sistema di pagamento online per utenti;
  • un sistema di transazione online per i negozi;
e questo lo sapevamo gia’, ma e’ anche:
  • il sistema migliore per avere merchant in Adwords;
  • il sistema che con Analytic potra’ convertire il mercato costo a click (CPC) in quello costo a vendita (CPA).

Eh si’, il sogno nel cassetto di Google Adwords e’ di poter avere milioni di prodotti e migliaia di merchant (cosa che oggi fa molta fatica a inserire e seguire), di scoprire come tracciare tutto con Checkout e Analytic e poi di dare a tutti la possibilita’ di usare questo sistema, chiamarlo Adwords 2 e sostituire ogni click possibile con un cpa equivalente, laddove la catena del valore sia sufficientemente controllata da parte di Google. La comunione avverra’ quando Checkout e Analytic saranno pronti e i clienti educati come si deve. Per ora non proprio.