Alessandro Bonzi blog | Internet e motori di ricerca

Mainly Internet business, but also life mysteries and videogames

Microsoft, cashback e lo shopping CPA

Gianluca Carrera, un mio caro amico, in questo recente post fa interessanti osservazioni intorno a come Microsoft possa evolvere il proprio recente programma di Cashback, annunciato prima per lo shopping e poi integrato in Live Search.

E’ indubbio che Microsoft stia cercando di verticalizzare la propria search in piu’ aree in modo da contrastare Google. Se il cash back diventera’ un modello della Search come oggi noi la vediamo, non penso. Ma che possano esserci evoluzioni, e’ certo. Se ci limitiamo invece allo Shopping di Microsoft, secondo me, questo sara’ certo.

Microsoft recentemente ha acquisito Ciao.com, il portale dello shopping, un sito di 26.5 milioni di utenti al mese secondo ComScore e leader in Europa, Italia compresa, per l’aggregazione di prodotti, shopping comparison, review e opinioni della gente.

E’ stato proprio quest’ultima caratteristica, le opinioni della gente, a caratterizzare il successo di Ciao in tutta Europa e il successivo plug dello Shopping ha scaturito nel market place del confronto prezzi con maggior crescita negli ultimi anni.

In Europa, e’ altresi’ facile identificare Kelkoo nel principale shopping comparison per revenues e per brand (Kelkoo e’ di Yahoo!), eppure la piattaforma francese non e’ cambiata da parecchi anni, il posizionamento dei merchant e’ sempre piu’ lontano da quello che vuole la gente e le opinioni sono state sempre marginali (anzi, spesso minavano le relazioni con i merchant), benche’ accanto avessero il piu’ grande successo di Opinion Network mai realizzato negli ultimi anni — Yahoo! Answer — ma che nessuno e’ stato in grado di sfruttare ai fini dello shopping a causa delle debolezze e di Yahoo!, concentrato a crearsi un futuro migliore, e di Kelkoo, poco interessato a fare un nuovo business dopo la vendita a Yahoo!

Pertanto Ciao e’ diventato la piattaforma piu’ vicina alle esigenze degli utenti, portandola a farsi valere $486 milioni di dollari per Microsoft, dopo aver ricevuto una precedente valutazione di $426 milioni da parte di Quadrangle equity firm.

Ma Ciao.com e’ un tassello importante, eppure non sufficiente per Microsoft.

Tre anni fa, lo scenario dello Shopping dei Portali e dello Shopping Comparison per la precisione mostrava un disinteresse imbarazzante da parte di Google che era invece attratto solo dal migliorare la qualita’ del proprio bid (o max bid direi) e a togliere del tutto Yahoo! dalla piazza della Search (c’era tanto buzz intorno a Panama). In quel periodo Google Base veniva inserito nelle presentazioni, ma senza molta enfasi e in poco tempo il prodotto di Google fu rallentato in attesa di momenti migliori, anche perche’ l’e-commerce per Google valeva solo il 5% dei fatturati.

In questo empasse, fu possibile lanciare alcuni progetti startup di immenso valore strategico.

Uno “ambizioso” fu la startup Jellyfish.com, uno shopping comparison il cui modello era solo per CPA, annunciato ai media in pompa magna come la risposta ai marketplace CPC di Google e Yahoo!.

Ricevuto con poco entusiasmo dai media per alcune lacune del prodotto (che condivido), in realta’ il marketplace nascondeva un appetitoso sistema a CPA per i negozi che vi comparivano e un buon sistema di comparazione per gli utenti con parecchio Web 2.0 (forse troppo).

Il creare un mercato CPA puro per lo Shopping Comparison e’ il modo migliore per tentare di innestare un trend con il quale prendersi una fetta di un mercato della Search lasciato momentaneamente inerte.

Con un modello al 100% CPA, per Jellyfish era facile adottare inoltre una politica di cash back come esiste in ogni grande magazzino americano. Compri $100, ti rido $5. E il cash e’ di Jellyfish e non dei negozi che non pagano nulla di piu’.

Jellyfish dopo 2 anni trasformo’ il sito da shopping comparison a “Smack Shopping” comparison, ovvero un modo furbo per portare agli utenti solo prodotti il cui cashback aveva un buon valore per tutti, perche’ un cashback del 10% su di un cavo USB da $2 non e’ molto interessante, sfruttando l’idea delle aste al ribasso.

Lo “Smack Shopping”, tutt’ora in home page di Jellyfish.com, divento’ cosi’ redditizzio che il marketplace CPA — che non decollava come doveva — fu messo in secondo piano.

Ma il punto e’ che se hai il 10% medio di commisione dai merchant — gia’ ti va di gran lusso — la catena di conversione:

Acquisizione Utente -> Shopping Portal -> Merchant -> Sale -> Commission Back to Portal -> Cash back to User

lascia veramente poco per l’utente a meno che Jellyfish non dia quasi tutto all’utente, se non proprio il 100%, ma a questo punto come puoi portare un volume critico di utenti nuovi in un mercato in cui il costo medio di acquisizione a click e’ almeno di 0,05$ per click? Quanto tempo serve per arrivare a break even?

Per diminuire il costo di acquisizione, praticamente lo Smack Back divenne il prodotto core del modello di business di Jellyfish, in attesa che il resto del marketplace (migliaia di prodotti di centinaia di merchant) crescesse di sua sponte (organicamente? ma nessuna attivita’ di contenuto o social e’ stata sviluppata).

Microsoft che compra Jellyfish e’ esattamente quello che Jellyfish sperava di avere: molto piu’ traffico, un bel costo di acquisizione ridotto per gli utenti nuovi e soprattutto tornare con il prodotto core originale in prima linea, quello del mercato shopping comparison CPA puro.

Per Microsoft, Jellyfish e’ una piattaforma CPA gia’ avviata, qualche patent sul cashback, un acceleratore della propria strategia di verticalizzazione della Search e un potenziale mercato di negozi online mal sfruttato da Google.

Infatti a Ottobre 2007, Microsoft compra Jellyfish.com per $50 milioni, un “bargain” per avere un prodotto ecommerce full CPA, qualche centinaio di contratti di merchant, una piattaforma web 2.0 discutibile (ma molto bella per lo standard Microsoft), un sacco di utenti registrati, ma un solo mercato (USA).

E ora?

Be’ e ora sono chiarissime due cose.

Microsoft vuole portare il modello di business di Jellyfish.com nello shopping di Live Search in modo da creare un market place competitivo in alternativa a Google CPC e Yahoo! CPC, usa Ciao.com per l’Europa e Adcenter per creare i tools per i merchant, nello stesso tempo prende la parte Opinions di Ciao.com e la aggrega a Jellyfish/Live Search creando il volano di traffico organico che Ciao.com ha dimostrato di poter creare in Europa e che certo male non fa.

Ma il modello funziona?

Il bid che Jellyfish era abituato a pagare su Adwords ora e’ gratuito e arriva da Live.com, quindi i volumi “critici minimi” per far funzionare il marketplace dei merchant sono garantiti. Ciao.com garantisce altro traffico a costo zero (non subito) dall’organico e in parte dall’arbitraggio che Ciao.com fa con Google in Europa.

E la catena di conversione del CPA e’ a break even? No, non lo e’. Per ora. Ma quello poco importa, e’ Microsoft, e’ Ballmer, e’ la Search contro Google, pertanto il business plan puo’ accettare qualche dilatazione e rientrare in 3 anni.

Per un merchant, la conversione media dai marketplace a CPC come Google, Yahoo/Kelkoo. Shopping.com va dallo 0,5% all’1.2%.

In questo modo non e’ possibile comprare a cpc e fare break even con il CPA, a meno che gli utenti siano fidelizzati e questi tornino da soli.

Qui entra in gioco il Cashback, Jellyfish paga l’utente nuovo il 400%, ma promettendogli un cash back lo fidelizza e puo’ abbattere il costo di acquisizione  nel tempo, e magari lo stesso gli clicca anche altrove, dopo tutto oragli utenti sono su Live Search e non c’e’ solo lo shopping.

Infine, che cosa succede se i merchant convertono a percentuali piu’ alte di quelle che riportano Google, Yahoo etc? Microsoft puo’ anche lavorare per far salire il tasso di conversione; o meglio, imparando dal Smack Shopping,  puo’ lavorare per generare uno scontrino medio transato sempre piu’ alto (insomma, i libri ci sono ma preferisce proporre Televisori al plasma).

Ebbene, secondo me Ciao.com + Jellyfish.com + Live Search e’ un ottimo prodotto teoricamente.

Ma ecco come puo’ fallire.

- Limiti di Adcenter – Microsoft annuncia di voler integrare la parte client di Jellyfish in Adcenter.

E’ giusto, ma Adcenter e’ un prodotto che ha bisogno ancora parecchi cambiamenti affinche’ possa solo competere con Google.  Soltanto il fatto che non e’ multisessione (ovvero posso solo vedere una pagina alla volta) dimostra quando Microsoft abbia poca esperienza ancora sulle esigenze dei clienti.

- Pochi mercati pronti per MSN (US, UK, FR) – La piattaforma Jellyfish va trasformata in piattaforma di Microsoft Shopping, aggiunto alla Live Search e Adcenter e in Europa i feed dei clienti di Ciao.com vanno portati nella stessa piattaforma.

Ma Ciao.com *NON* e’ un mercato CPA… i merchant vanno portati in Jellyfish e poi per ognuno vanno cambiati i contratti per aggiungere un commissione in contratto e un … tracker delle vendite.

Insomma il prodotto richiede parecchio tempo di rilascio e di integrazione e su alcune country non esiste nemmeno il prodotto, i contratti son da rifare a CPA e il cashback va messo in legalese (non tutte le country lo trattano in modo uguale, in Italia ad esempio – se mai ci fosse – e’ argomento dei Concorsi… ).

- Tracking – il tracking dei merchant e’ cosi’ complesso e debole da poter compromettere un intero modello di business.

A prova di questo ci sono una lunga lista di esempi:

a) Kelkoo nacque a CPA, ma si trasmormo’ subito in CPC per frode da parte dei merchant;

b) Le tecnologie attuali perdono dal 7% al 10% delle vendite;

c) Se la tecnologia e’ un cookie, si utilizza il metodo “last cookie win” per attribuire una vendita, ma un utente per un merchant generato da jellyfish che ritorna sul merchant usando l’organico di google (che non e’ adwords) e’ spesso confuso come merito di adwords (perche’ il dominio e’ lo stesso di google organico) e pertanto una vendita in meno per jellyfish e una in piu’ per google;

d) Serve un tracking simile a Urchin, che quindi non sia solo nel carrello come fa ad esempio Tradedoubler, ma su tutte le pagine, ma non c’e’. Solo Google lo ha e se facesse un CPA come jellyfish,  dalla sua avrebbe gia’ sia Google Checkout per evitare di dipendere dai merchant e controllare la catena, sia Google Analytics che e’ in grado di dire di chi e’ la vendita (e tra google e un jellyfish chi scegliera’?)

e) Una volta mandato l’utente al Merchant, esso puo’ andarsene dal negozio per altri mille motivi come pagine lente, sito down, gateway del merchant che fallisce, prodotto solo prenotabile, etc, tutte condizioni di controllo solo del merchant e non di jellyfish.

Insomma, per fare un marketplace a CPA non basta possedere il Search Box.

Per fare un mercato CPA bisogna possedere il “merchant” (“il carrello”) e per farlo Google ha costruito Google Checkout e portera’ Google Analytic per un tracking definitivo quando non puo’ usare Checkout.

Con Google Checkout, Google possiede il merchant, anzi Google e’ il merchant. Con Analytic, la catena del valore da Google alla Transazione e’ garantita perche’ controllata. Analytic sapra’ tutto, dove ha perso l’utente, quanto converte il merchant A rispetto a B, perche’ A e’ meglio di B.

Insomma Microsoft puo’ avere tutte le carte per costruire un marketplace dello shopping unico e nuovo, posizionarlo nella Search e espanderlo in una unica piattaforma Adcenter-CashBack-Shopping aggregando nello stesso tempo migliaia di opinioni e schede prodotto uniche.

Ma ho paura che Microsoft rovini tutto questo, che mantenga le parti separate, che fallisca l’integrazione sopravvalutando le sue piattaforme e Adcenter e uccidendo quel poco di Usability che c’e’ in Ciao e in Jellyfish.

Qui jellyfish.com; qui ciao.com; qui live.com cashback (devi essere su Live.com USA).

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11 Settembre!

Oggi è l’11 Settembre… per non dimenticare… un post dovuto.

Ecco come ho visto Ground Zero mesi fa e come New York ricorda le vittime. Quella statua è così simile a noi che lavoriamo in Internet …

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Blog Etiquette?

Oggi Mauro Lupi mi ha piacevolmente linkato sul suo blog in questo post. Vista la mia “vasta” esperienza nel blog personale (neanche 7 giorni), praticamente e’ stato come ricevere persone a casa e non avere nulla da offrire di decente, oppure essere invitati a casa di altri e non avere portato un buon vino!

Allora ho cercato siti “autorevoli” che parlassero di Blog Etiquette o Blog Netiquette, insomma dei siti che mi confermassero che un buon saluto va contraccambiato con un backlink (e non con un commento da fare sotto al suo post), ma non ho avuto molte risposte. Gia’ il fatto che con due termini di ricerca ci siano due set di risultati diversi indica un po’ di confusione per il web stesso. Ci sono tanti siti che spiegano come si scrive, quando si scrive, come ci si firma etc, ma nulla di piu’.

Alla fine ho capito, faccio come per una visita cortese, come se fosse venuto di persona; ringrazio Mauro, lo sa che lo ammiro, e lo ri-linko, ringraziandolo come tra bloggers (e pensare invece che se fossimo dei SEO saremmo inorriditi da quello che stiamo facendo! Come search engine optimizer infatti dovrei linkare un sito suo che non sia il suo blog e se poi lui volesse aggiungermi di nuovo, non potrebbe verso questo mio blog per non creare un potenziale “anello” poco gradito dai motori di ricerca! …)

Be’ per oggi gli porto un buon vino alla blog-way. Domani si vedra’.

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Oggi nasce Sheeboo, il Sito di Opinioni democratico e qualitativo

Oggi nasce Sheeboo.

  • Sheeboo è il sistema che permette alla Gente di esprimere Opinioni in modo comparativo e democratico. Tramite l’interazione degli utenti e le loro opinioni, questi acquisiscono autorevolezza minore o maggiore (“Reputation”).
  • Gli utenti crescono in autorevolezza quando le loro opinioni sono lette e condivise positivamente dalla gente (“Qualità”).
  • Gli utenti che guadagnano autorevolezza crescono socialmente in un mondo ideale fatto di animali che evolvono (“Social Network”).

Sheeboo è un elaborato esperimento di “collaborative opinion”, giusto per usare le parolone del web 2.0, che tiene conto di una serie di aspetti legati all’informazione aggregata e apparentemente slegata.

Come è scritto in alcuni capitoli di “The Wisdom of Crowds” di James Surowiecki, “the many are smarter than the few” e tale considerazione è alla base di quasi tutti i social network degli ultimi anni.

In de.li.ci.us di Yahoo! inoltre si scopre che “The more people flock to something, the bigger target it is for abuse. The more people turn to del.icio.us to find useful bookmarks, or digg.com to read the latest news, the more tempting targets those services become for spammers and vandals.” secondo Marketing Monger, e de.li.ci.us stesso annuncia che “Controllare la modalità di inserimento delle tag dei link modifica il risultato atteso poiché è come se l’universo venisse modificato”. In funzione del numero di utenti, del tempo e del numero di tag inserite, De.li.ci.us tende a dare per ogni link la rilevanza migliore.

La quantità di informazione non è sempre qualità di informazione se non si controllano alcuni aspetti della stessa.

La quantità di informazione non è sempre qualità di informazione se non si controllano alcuni aspetti della stessa.

Tutti questi aspetti diventano per Sheeboo un algoritmo il cui effetto è quello di “alzare” ed “abbasssare” Opinioni e Risposte ad opinioni in modo tale da valorizzare automaticamente l’opinione significativa rispetto a quella meno importante e nel tempo a valorizzare l’opinione di n utenti rispetto a x dell’universo se questi n sono quelli appartenenti ai pattern di “qualità”.

Ad esempio se gli utenti che postano non hanno le seguenti caratteristiche, la loro informazione aggregata, col tempo, disperde a disinformazione.

- Gli utenti devono avere in comune l’interesse per l’oggetto in discussione (se parlo di un Cellulare, devo sapere qualcosa dei Cellulari)

- Gli utenti non devono conoscersi tra di loro in modo tale da influenzare l’informazione l’uno con l’altro (“Scrivi questo che io dico questo poi”).

- Gli Utenti devono poter liberamente inserire l’informazione e descriverla in modo naturale (In delicius il limitare le tag a 7 e farne mettere 15 cliccando su “more” condizionava il valore finale delle tag una volta aggregate in un unico trend!).

Con queste premesse, ci sono le basi minime per poter dire “The many are better than the few”; nel caso questo non accada, l’informazione aggregata si disperde e pertanto torna valida la teoria precedente per cui “un elite è meglio della massa”.

In Sheeboo, la teoria usa i criteri sopra descritti.

Sheeboo inoltre, per rispecchiare l’aspetto tipicamente moderno, è caratterizzato da altri elementi univoci e grafici indentificabili in “la freccia” e gli “animaletti”.

Freccia di Sheeboo

Freccia di Sheeboo

La freccia è sempre presente, essa indica il trend della discussione, è l’elemento che distingue sheeboo e ne indica i cambi di tendenza (da positivo a negativo). Non c’è il neutro, perchè nessuno è mai neutrale (se lo è, in realtà è sinonimo di “positivo”).

La freccia è un elemento di Usability e nello stesso tempo un elemento di distinzione. Vedere la frecciona di Sheeboo significa identificarne subito la natura del sistema (sia che sia Sheeboo.com o che sia un sito partner, un blog che ne ospita la tecnologia).

Vedere la frecciona signica anche identificare immediatamente l’oggetto della discussione, poichè è spesso facile distrarsi e rispondere ai commenti di altri, dimenticando il fine del discorso, ovvero “l’oggetto” per il quale era iniziata la discussione. La freccia (e Sheeboo di conseguenza) lo indica sempre e chiaramente.

Si nasce Scimmietta, si diventa Homo Sapiens in Sheeboo.

Si nasce Scimmietta, si diventa Homo Sapiens in Sheeboo.

Gli animaletti invece sono lo status degli utenti, una cosiddetta giungla di opinionisti, e anche un elemento Social che avvicina l’asettico Internet fatto di nomi tecnici (“user id”, “spam”, “bot”) e errori incomprensibili (“password errata”, “assicurati che l’smtp sia configurato”) alla natura umana che e’ ricerca del piacere delle cose e del divertimento comune. Attraverso il proprio numero di Opinioni e di risposte a favore, si cresce dalla piccola Scimmietta all’erudito Homo Sapiens.

Ecco il link per tutti gli animali di Sheeboo, oppure visitate oggi stesso Sheeboo.

Qui la recente discussione sul CERN e il buco nero, ad esempio, e qui quella sull’iPhone di Apple.

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Electronic Arts e il nuovo online business model

Electronic Arts e’ ad oggi il piu’ grande distributore di videogiochi nel mondo. Anche il merge tra Blizzard e Vivendi non e’ riuscito a spodestare il trono del colosso di Redwood City, benche’ Blizzard-Vivendi oggi disponga della mucca piu’ grassa, World of Warcraft, un gioco che oltre a pagarlo per averlo, chiede poi una fee mensile ai milioni di utenti che ogni giorno vogliono giocare online in gilde di personaggi con obiettivi comuni.

Blizzard (che ha inventato World of Warcraft) non e’ la prima ad avere creato questo tipo di giochi, ma e’ sicuramente quella che ne ha creato il modello piu’ vincente. Per dirvi nel 2007 il solo gioco World of Warcraft (WoW) ha generato $1.1 miliardi di dollari di revenues e $520 milioni di profitto. Nel Q1 del 2008 Blizzard ha gia’ generato 296 milioni di dollari di fatturato.

Electronic Arts e’ invece la casa che vi porta tutti i giochi sportivi, come FIFA SOCCER o NEED FOR SPEED per intenderci, lavora con contratti pluriennali con stelle dello sport e con esclusive di brand come la FIFA stessa ad esempio, l’NHL etc.

Electronic Arts (EA) prevede di fatturare 3,9 miliardi di dollari nel 2008 e ha in serbo una serie di super titoli per la fine dell’anno, benche’ il giovanissimo gioco SPORE del geniale Will Wright (quello che ha inventato SimCity) non sembra all’altezza delle aspettative benche’ sia dritto dritto tra i nomi dati agli azionisti dei giochi che giustificano quei quasi 4 miliardi.

Ma Electronics Arts e’ indietro per i servizi online, la parte “Internet” e’ solo una voce di 170 milioni di dollari nel forecast del bilancio 2008 e alcuni precedenti progetti non hanno avuto il successo di WoW.

Eppure quest’anno EA ha dichiarato che in 5 anni le revenues della parte online saranno almeno il 50% del fatturato dell’azienda, cioe’ 2 miliardi di dollari, un cambiamento che non ha precedenti.

L’attivazione del modello “premium services” per chi gioca online avverra’ con un gioco chiamato Battlefield Heroes, il seguito di un gioco di guerra multiplayer degli anni precedenti venduto (con successo) al prezzo di copertina, ma che offre tuttora un servizio online multiplayer gratuito. Il nuovo modello invece capovolge le regole. Il gioco e’ gratuito, non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori o competitor, anzi e’ migliore e continuamente refinito nelle mappe e negli scenari di guerra, eppure chiedera’ una fee per giocare online con gli altri.

E’ come se voi comperaste la vostra prossima console, la Xii, la pagaste solo 10 euro, ma i giochi fossero designati per giocare tutti online e il costo per accedervi e’ a pagamento.

Nella dichiarazione EA non lo dice, ma in Battlefield 2142, il gioco precedente a Battlefield Heroes (che ancora non e’ uscito), erano state inserite parti del gioco vendute ad esterni. Il sistema era in grado di capire la provenienza dell’utente e proporgli un relativo messaggio pubblicitario.

Fu un esperimento da 23 milioni di dollari di fatturato netto, in Italia non funzionava per mancanza di clienti, e l’azienda intermediaria era la Adscape Media.

EA pensa di unire il modello premium/free game all’advertising in game per studiare come uno spot in-game possa permettere ad EA di guadagnare di piu’ e magari agli utenti di pagare di meno i giochi. Per ora nel vecchio modello di business in cui compri il gioco e paghi 59 euro, la pubblicita’ intorno al gioco non mancava di certo, ma i vantaggi erano solo per la casa distributrice.

Be’ che dire, e’ un modello sicuramente rivoluzionario. Poter avere un top game senza pagarlo e’ il sogno di chiunque, poterlo magari giocare in modalita’ normale e pagare per giocare in rete puo’ essere un modello vincente se il gioco stesso e’ in grado di creare “Social”.

Infine lo spot targhetizzato che faccia diminuire il costo per l’utente e’ un’altra svolta, ad oggi ancora assente ad esempio nel colosso WoW.

Ma che strano… Spot Targhetizzato per gli utenti? La pubblicita’ che guardata ti fa diminuire il costo del servizio? L’uso gratuito, ma poi mi paghi tutti gli altri servizi? Sicuro che stiamo parlando di … VIDEOGAMES? Perche’ non mi sembra lontanto dai modelli dei nostri amici Google e Yahoo, anzi, sono cosi’ simili che quella Adscape Media di cui vi dicevo, be’ l’anno scorso e’ stata comprata da… indovinate un po’ … Google.

Guarda la discussione su Spore.
Vai al gioco Battlefield Heroes.

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Perche’ un blog?

Anche oggi ho sistemato altri settaggi di wordpress, ma non sono ancora arrivato al format che ho in mente e non so proprio se mai riusciro’, ma per ora va bene cosi’.

Mentre sistemavo qualche opzione, ovvieamente mi sono posto la domanda fatidica: ”Perche’ sto facendo un blog?”.

Gia’, perche’ sto facendo un blog?

Be’ ci sono tante risposte, alcune molto complicate, altre molto lunghe, ma la piu’ semplice e’ la seguente.

 ”Scrivo un blog perche’ qualcuno possa ricavare informazioni utili da quello che scrivo, anche solo una frase. Scrivo un blog perche’ io possa porre l’attenzione su argomenti di minore o maggiore interesse sperando che insieme ad altri migliaia di blog tale informazione divenga un’ottima informazione. Scrivo un blog per confrontare tesi con quelle di altrettanti professionisti e saper crescere per dare sempre di piu’ un’informazione migliore. Scrivo un blog perche’ e’ bello.”

Ebbene si’, ho usato un trucco, ho risposto in quattro modi: un blog e’ dare informazioni, porre questioni, controntare se stessi e il piacere di usare questo media!

Davvero, e’ la sintesi piu’ ridotta di quello che un blog puo’ fare.

Posso sempre usarlo per condividere foto o filmati, per fare esperimenti di social content, usarlo per studiare google e yahoo sui blog o per vedere se i blog funzionano solo se sono linkati tra di loro o se basta che contengano qualita’ e valore, ma per ora lo uso per scrivere quello che penso e poi si vedra’.

Alla prossima.

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Un blog anche per me

Fare un blog, … che fatica!

Sembra facile, ma appena vuoi fare qualcosa di particolare, scopri che ci vuole un sacco di impegno e di ricerche.

La stessa scelta del software e’ un lavoro di ricerca e analisi: “Quale scelto? Quale si usa? Questo sito e’ bellissimo, ma come ha fatto?”

Alla fine ho scelto WordPress, e’ dalla versione 1 che ci faccio delle installazioni, oggi ho aperto l’admin della versione che avevo installato qualche mese fa (eh si’ perche’ sono mesi che e’ installato e mai configurato) e ovviamente ci sono aggiornamenti da fare.

Inoltre anche l’aspetto del Theme (il cosiddetto apparire del blog) non mi piace: “E ora che tema metto? Ma perche’ e’ cosi’ brutto appena installato? Mi servira’ un grafico? Ma anche quello di Mauro Lupi era brutto all’inizio?”

Insomma tantissime domande, cosi’ tante che val la pena partire e sistemarle nel frattempo.

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